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1 agosto 2017

Il caso Enron insegna: è il gossip l’anima delle aziende

444 ricerche analizzano le mail dell’azienda che fallì nel 2001: scambi professionali ma venati di pettegolezzi. Perché le maldicenze cementano i gruppi

Paolo Bottazzini

Dal numero di pagina99 in edicola dal 28 luglio e in edizione digitale

C’è chi lascia alla scienza il proprio corpo, dopo la morte, per assicurare alla medicina e alla biologia i mezzi per migliorare la qualità della vita nel futuro. Ma ci sono anche imprese che concedono il loro corpus di email alla linguistica, per intensificare il potere di previsione della sociologia della comunicazione (o qualcosa del genere) – soprattutto se queste aziende sono fallite, come la Enron, e se il tribunale ha disposto il sequestro delle sue banche dati, inclusa quella dei messaggi elettronici, per condurre indagini sul collasso finanziario.

La storia della bancarotta, avvenuta nel 2001, è famosa sia per la velocità del tracollo, sia per lo scandalo delle collusioni con la politica. In una decina di anni, la copertura delle falle di bilancio, insieme ai favori nella sottoscrizione dei contratti con il governo americano e con amministrazioni straniere, avevano condotto la Enron a diventare la settima multinazionale Usa per dimensioni di fatturato, intorno ai 100 miliardi all’anno.

La scoperta delle frodi fiscali ha innescato la contrazione del valore delle azioni, che in tre mesi si è assottigliato da 90,56 dollari a 26 centesimi, volatilizzando oltre 60 miliardi di capitale finanziario – e trascinato nel domino della bancarotta agenzie di certificazione dei bilanci come Andersen Consulting, banche troppo esposte con un cliente tra i più solidi del mondo (o almeno, ritenuto tale), società con fidi aperti presso istituti di credito non falliti, come la catena di supermercati Kmart.

Tutto questo è storia. Alla crisi dei subprime mancavano ancora sette anni, per cui la galleria di cadaveri finanziari della crisi Enron era in grado di suscitare un’emozione ormai dimenticata dal 1929, tale da lasciar passare in secondo piano i dettagli su procedure e decisioni dei tribunali. Un fatto meno noto di questa storia, è che la Ferc (Federal Energy Regulatory Commission) ha disposto nel maggio 2002 la ricezione degli archivi digitali dell’azienda, tra cui l’intera banca dati delle email scambiate dai dipendenti.

Oltre alla Ferc, il materiale è stato studiato dal Dipartimento di Giustizia e dalla Cftc (Commodity Futures Trading Commission) – senza che però venissero isolate evidenze utili all’inchiesta, anche per le difficoltà di ricognizione opposte (a quei tempi) dal volume dei dati, superiore ai 160 Gigabyte di memoria, e a 1,7 milioni di messaggi. Nel 2011, Andrew McCallum della University of Massachusetts Amherst, ha acquistato una copia del corpus delle email per 10 mila dollari, offrendolo in formato aperto a tutti i ricercatori che intendessero adottarlo come laboratorio di indagini linguistiche e sociali, o di estrazione automatica di informazioni. L’archivio include anche le interazioni non coinvolte nello scandalo giudiziario, e questa circostanza ha motivato l’invito di McCallum a preservare la privacy degli autori dei messaggi, in tutte i paper derivati dallo studio della banca dati.

Google censisce 444 saggi dedicati al Corpus Enron, con indagini che hanno imperversato sulle conversazioni di lavoro e su quelle personali di centinaia di dipendenti. In teoria sulle prime più che sulle seconde, se si deve dar retta alla classificazione manuale condotta da Jabbari, Allison e Guthrie, su un sottoinsieme di circa 15 mila email: la proporzione è di tre contenuti professionali per ogni invio di carattere privato.

Nella realtà, il gossip si insinua anche nelle conversazioni sulle attività di ufficio, perché i loro autori le hanno redatte emulando il linguaggio parlato, non la tradizione epistolare. Lo nota Naomi Lancaster, quando sottolinea che quasi mai i messaggi si aprono con la formula di rito delle lettere («Caro John», «Egregio Sig. Smith»), ma quasi sempre con un saluto («Hey», «Hi», «Hello») o addirittura senza alcun preliminare, con un attacco diretto sull’argomento da illustrare ai destinatari.

Non è quello che capita quasi sempre anche alle nostre email? Si parte con «Ciao», o «Buongiorno» quando serve aggiungere un minimo di cortesia, e poi si salta nel vivo della discussione. Secondo uno studio pubblicato da Microsoft nella primavera del 2015, e intitolato “Capacità di concentrazione”, la soglia di attenzione che gli utenti riservano a qualunque fenomeno dell’ambiente circostante è superata anche da quella del pesce rosso: l’occhio pallato, che ci fissa da dietro il vetro della boccia, ci dedica un secondo in più di pazienza rispetto a quanto siamo ormai capaci di destinare agli stimoli che ci colpiscono.

Un’indagine del centro Kleiner Perkins Caufield and Byers, ha verificato che guardiamo il cellulare 150 volte al giorno, in media ogni nove minuti e mezzo (inclusa la notte), solo per gettare uno sguardo, e quasi sempre senza alcuna altra interazione. Se si perde anche solo qualche secondo per salutare gli interlocutori all’inizio della email, si rischia che il contenuto vero e proprio resti lettera morta per i lettori.

Il gossip cementa le comunità meglio dell’interesse economico o dell’amicizia. Lo ha dimostrato una ventina di anni fa l’antropologo Robin Dunbar, chiarendo che per gli esseri umani il pettegolezzo è l’equivalente del rito di spulciatura tra gli scimpanzé, con cui i primati intrecciano rapporti di solidarietà e fissano le gerarchie del branco. La nostra complicità però è meno benevola di quella che ripulisce le pellicce dai parassiti che le infestano: la ricognizione di Mitra e Gilbert, del Georgia Institute of Technology, mostra che le maldicenze vantano 2,7 occorrenze ogni buona parola spesa sul prossimo. Il gossip consolida i gruppi sociali facendo leva sulla sensazione che gli altri siano peggio di noi.

Chi dà il buon esempio? Di fatto, i ruoli che hanno accesso alle informazioni più interessanti: gli avvocati assunti in organico da Enron – e che rispondono senza intermediari alla direzione e alla presidenza – e i manager. Seguono l’amministratore delegato e i vicepresidenti, poi gli impiegati. Analisti e commerciali individuano forse i gruppi che lavorano per davvero, perché il loro contributo alla chiacchiera appare piuttosto ridotto. Ci si potrebbe però domandare se la loro dedizione alla buona salute degli affari della Enron li abbia in qualche modo sollecitati a opporsi – o almeno a sollevare qualche perplessità – contro le operazioni di corruzione politica e di falsificazione dei bilanci, messi in opera dai due personaggi-chiave dello scandalo: Kenneth Lay e Jeffrey Skilling.

Lo studio di Sashikanth, dell’Indiana University, spiega che il contenuto delle email permette di distinguere i dipendenti con inclinazioni per la frode, dai colleghi timorati di Dio e della legge; ma nessuno dei due gruppi ha mai tentato di contraddire le indicazioni formulate dai vertici dell’azienda. Gli onesti si sono limitati a non perseverare nelle pratiche irregolari, senza però promuovere alcun intervento contrario alle decisioni della direzione. Il gossip genera un istinto gregario, che finisce per nascondere i cadaveri nell’armadio anche delle persone perbene.

David Wright, dell’Università di Leeds, ha dedicato la sua tesi di dottorato all’analisi linguistica del Corpus Enron. La domanda di ricerca è preliminare a ogni altra, almeno dal punto di vista logico, dal momento che interroga l’archivio per verificare se sia possibile avvertire le differenze stilistiche (riconducibili a ruoli e a singoli soggetti) attraverso la misurazione statistica dei contenuti. Le variazioni nel dizionario, nelle perifrasi, nei riferimenti a fatti, cose e persone, attraverso cui affiora l’irriducibilità di un individuo alla banalità del ruolo, del censo, della geografia, dell’età, e del linguaggio stesso – possono essere intuite da un algoritmo? Per molti versi, questa domanda pone un quesito anche sulla realtà di questa resistenza del singolo contro l’assorbimento nell’universalità sociale.

L’approccio di Wright applica le tecniche di statistica “stilometrica”, e promette risultati che l’autore definisce «incoraggianti», non appena si esce dall’ambito delle email collegate ad ambiente e contenuto forense. A quanto pare la giurisprudenza tende ad azzerare qualunque impulso all’originalità; ma lo studio evidenzia anche una contaminazione reciproca tra dipendenti della stessa azienda, che tende ad animare un idioletto “enronico” al di là delle differenze di incarico. Più si dialoga, più la selezione lessicale tende a somigliare tra autori diversi; e dagli incroci del caso, affiorano anche prossimità di genere e di occupazione.

Con una parafrasi di Secondino Sallustio, si potrebbe affermare che tutte le indagini condotte sul Corpus Enron (fin dall’inchiesta giuridica), sembrano ignorare l’unicità storica degli eventi da cui è emerso il contenuto dell’archivio, per andare a rintracciare quello che nella vita di questa impresa riflette il percorso di tutte le altre. In questo esercizio, che è il destino stesso della scienza e della tecnica dell’Occidente, si perde quello che accade a ciascuno di noi, e in cui si incarna l’irriducibilità della nostra vita – per coprire i nostri fallimenti, e i nostri cadaveri, con la continuità, banale e rassicurante, dell’universale.

[Foto in apertura di Getty Images]

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