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31 luglio 2017

Con i ragazzini di Mosul addestrati al martirio

Hanno imparato a costruire bombe e a farsi ammazzare in nome di Allah. Hanno visto impiccare gli infedeli. Indottrinati per anni, hanno smesso di andare a scuola

francesca mannocchi

Mosul. Sono le due del pomeriggio quando Abudi apre la porta senza aver mangiato neppure un pezzo di pane dal giorno prima. Per sfamare il padre, la madre e i due fratelli più piccoli, Abudi prova a chiedere lavoro alle botteghe del quartiere, prova a pulire a terra e servire ai tavoli. La paga dell’ultimo lavoro, in un ristorante di Mosul est, era duemila dinari iracheni al giorno. Un euro e mezzo.

Abudi sa di essere il capofamiglia ora che la guerra è finita: «Sono il più grande e so che devo badare a tutti. Spetta a me lavorare e spetta a me bussare alle porte dei vicini chiedendo pochi dinari per comprare almeno il pane, siamo scappati da Mosul ovest sperando di trovare pace, ma non c’è ancora pace qui per noi», dice. Quando la guerra ha toccato il suo quartiere, Abudi ha perso quattro dei suoi amici più cari uccisi dai colpi di mortaio: «In poco tempo nel quartiere non è rimasto più nulla da mangiare, non c’era latte per mio fratello piccolo, non c’era cibo. Abbiamo finito tutti i soldi che ci restavano comprando il cibo al mercato nero. Isis vendeva l’erba dei campi nelle buste a 10 mila dinari iracheni l’una. Abbiamo mangiato solo erba per settimane».

Abudi è uno dei cinquecentomila bambini cresciuti per tre anni a Mosul sotto il controllo dell’Isis. Quando i pick up con le bandiere nere hanno sfilato in città aveva otto anni e il suo primo ricordo è l’entusiasmo dei suoi vicini e il terrore negli occhi di suo padre. «Tutti nel nostro quartiere applaudivano ai bordi delle strade, ripetevano che quegli uomini avrebbero portato sicurezza e dignità alla città di Mosul, che avrebbero portato soldi per tutti i giovani che non avevano lavoro». E i soldi all’inizio c’erano per tutti e in abbondanza, i più giovani erano reclutati con beni materiali assai più che con motivazioni ideologiche o religiose: «Ai bambini davano dolci e i pochi giochi non considerati proibiti, e ai giovani automobili e motociclette, e poi le mogli».

Lo zio di Abudi si è unito all’Isis per denaro, i miliziani gli pagavano lo stipendio regolarmente, gli hanno promesso una sposa e organizzato la festa di matrimonio. Gli stessi miliziani hanno ordinato che sua madre venisse frustata in pubblico perché non indossava i guanti per aprire la porta di casa. «Non potrò mai dimenticare quel giorno. Le donne di Al Hasba (la polizia islamica femminile, ndr) sono arrivate in casa, hanno costretto mia madre a seguirle in una piazza e l’hanno frustata trenta volte. Mia madre le implorava e chiedeva scusa, ripeteva piangendo che non l’avrebbe fatto mai più, ma non hanno avuto pietà».

Abudi, come i suoi coetanei, è stato costretto ad assistere ad esecuzioni pubbliche. Ha visto impiccare tre persone in piazza, lanciare ragazzi accusati di stregoneria dall’ultimo piano dei palazzi. Ha visto quei cadaveri lasciati appesi o in strada per giorni, come avvertimento per tutti coloro che avrebbero voluto infrangere le rigide regole dello Stato Islamico. Ha visto uccidere – sgozzato – il suo vicino di casa perché aveva usato un cellulare ed è stato accusato di essere una spia dei peshmerga…

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[Foto in apertura di Alessio Romenzi]

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