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26 luglio 2017

I giornali e il software che si mangia il mondo

Da quasi 7 milioni a meno di 2,5 milioni di copie in vent’anni: è il tracollo dei quotidiani. Intanto Google e Facebook inghiottono la metà della pubblicità online

Editoriale

Dal numero di pagina99 in edicola dal 28 luglio e in edizione digitale

L’articolo di copertina firmato da Federico Gennari Santori sul nuovo numero di pagina99, affronta un tema cruciale non solo per l’editoria italiana, ma per la stessa democrazia. Lo strapotere fuori da ogni controllo delle grandi società digitali, in particolare di Google e Facebook, sta accelerando la crisi dei giornali italiani. Ma non esiste un’adeguata consapevolezza della gravità della situazione.

Bastano pochi numeri per dare la dimensione del problema: i dati delle vendite, che alla metà degli anni Novanta sfioravano i sette milioni di copie, nel 2007 erano scesi a 5,4 milioni (più 4-5 milioni di quotidiani gratuiti) mentre oggi arrancano sotto i due milioni e mezzo (mentre i quotidiani gratuiti sono praticamente spariti); i dati della pubblicità, che tra il 2007 e il 2015 è calata del 61,5% da 2,8 a 1,1 miliardi e ogni anno scende del 6-8%; e i dati del numero di edicole, che negli ultimi dieci anni sono scese da 42 mila a 28 mila: meno 33 per cento.

Qualche altro numero per descrivere la desertificazione a cui stiamo assistendo: sul Corriere della Sera, che alla metà degli anni Novanta vendeva 650 mila copie e oggi viaggia sulle 196 mila (dato di maggio); su Repubblica, che aveva sfiorato le 600 mila copie e ora è a 174 mila; e, a livello locale, sul Secolo XIX, che nella seconda metà degli anni Ottanta vendeva 160 mila copie e oggi è a 41 mila.

Qualcuno obietterà: è il mondo che cambia e non si può fermare un fiume con le mani: le notizie gratuite dilagano online, i lettori cambiano le proprie abitudini di lettura e le aziende trovano più conveniente affidare i propri investimenti pubblicitari a società digitali che, grazie ai dati accumulati sugli utenti, sanno targhetizzare i messaggi.  Tutto vero, ma il comportamento degli editori – non solo in Italia – assomiglia a quello dei topi (e dei bimbi) che nella favola dei fratelli Grimm seguivano nel burrone il Pifferaio magico.

Per anni hanno pubblicato i propri articoli online gratuitamente, regalandoli all’indicizzazione di Google; e, sempre gratis, hanno investito risorse per produrre contenuti originali su Facebook. Risultato: non solo gli utenti non comprano più i giornali perché si accontentano di quello che leggono online, ma Google e Facebook, insieme, in Italia controllano ormai il 50% della pubblicità online: un dato stimato, visto che gli introiti nazionali delle società digitali sono del tutto fuori controllo.

Ma alcune certezze ci sono: il fatturato pubblicitario digitale cresce a doppia cifra e oltre il 90 per cento di questa crescita finisce nelle tasche dei due giganti. In altri tempi questo avrebbe prodotto un’ampia discussione sulla necessità di correggere un’evidente distorsione. Oggi – almeno in Italia – l’argomentò è tabù. Altrove qualcosa si muove. Come racconta il nostro servizio di copertina, molti editori si stanno organizzando per non essere strangolati dal duopolio che usa contenuti prodotti da altri per accumulare il più grande archivio di dati della storia, e utilizza questi dati per drenare quote crescenti del mercato pubblicitario: “Il software si mangia il mondo”, recitava il titolo di un articolo del Wall Street Journal cinque anni fa.

Ma bisogna stare a guardare mentre questo accade? Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, in Francia e in gran parte d’Europa molti editori si organizzano e si alleano per combattere un declino altrimenti ineluttabile. In Italia ancora no. Non solo gli editori, anche la politica dovrebbe rendersi conto che la crisi verticale dei giornali è strettamente collegata alla salute della democrazia.

[Foto in apertura di Roberto Caccuri / Contrasto]

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