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23 luglio 2017

Il problema italiano? La zona grigia di chi è fuori dai centri

Pochi Comuni aderiscono ai piani volontari. Sono 170 mila le persone uscite dal circuito dell’ospitalità istituzionale, di cui 10 mila nelle baraccopoli

Samuele Cafasso

Dal numero di pagina99 in edicola dal 14 luglio e in edizione digitale

Il 17 luglio è stato fermato in Stazione Centrale a Milano un 28enne della Guinea. Aveva accoltellato un poliziotto all’urlo di «Voglio morire per Allah». In tasca aveva un foglio di espulsione. Avrebbe dovuto lasciare il nostro Paese da tempo. «È una vicenda emblematica dei problemi che abbiamo», ha commentato l’assessore Pierfrancesco Majorino, una delle voci più impegnate per l’integrazione di chi sbarca nel nostro Paese, «migranti irregolari che vagano nel nostro Paese, dove non hanno più diritto a rimanere, senza strumenti di accoglienza e integrazione».

La zona grigia è il vero problema del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo nel nostro Paese. «In tre anni», spiega Ugo Melchionda, presidente del centro di ricerche Idos che da anni stila un rapporto nazionale sull’immigrazione, «abbiamo triplicato il numero di posti per l’accoglienza», fino agli attuali 180 mila. Ma solo una minima parte di questi, 25.743 secondo gli ultimi dati (del 2016), sono gestiti con il pieno accordo dei Comuni attraverso il sistema Sprar che garantisce un numero massimo di 3 ospiti per ogni mille abitanti e reali politiche per l’integrazione. Questo perché aderiscono solo mille Comuni su più di ottomila.

Tutti gli altri stranieri sono accolti in strutture temporanee, gestite dalle prefetture. Sono i Cas, i Centri di accoglienza straordinaria che scatenano le opposizioni locali. Comprensibilmente, visto che concentrano un gran numero di richiedenti asilo in strutture spesso inadeguate.

«Gli Sprar possono essere la chiave di volta per un nuovo sistema di accoglienza», spiega il sindaco di Catania Enzo Bianco che, da ministro dell’Interno, ideò questo strumento, «e come l’Italia invoca la compartecipazione nell’accoglienza degli altri Paesi europei, dovrebbe far rispettare al suo interno questo principio di equità». Inoltre, «lo Stato non può lasciare alle comunità locali il peso dell’accoglienza e dell’integrazione. A Catania, per esempio, abbiamo avuto grossi problemi con i ritardi nel rimborso del denaro anticipato per l’accoglienza dei minori non accompagnati».

E poi c’è il tema della insicurezza percepita dai cittadini, spesso dovuta anche alle molte persone arrivate negli ultimi tre anni e non inserite nel sistema di accoglienza. Quante sono? «Non esistono numeri ufficiali», spiega Melchionda, «ma possiamo fare una stima: negli ultimi tre anni sono giunte nel nostro Paese circa 550 mila persone. Togliendo un 10% di minorenni e altri 150 mila che sono riusciti a trasferirsi in altri Paesi, ne rimangono 350 mila. Di questi, 180 mila sono nei centri di accoglienza, mentre gli altri 170 mila sono presenti nel nostro Paese in varie forme. Alcuni sono riusciti a integrarsi pienamente, ma altri no».

Medici senza frontiere stima che circa 10 mila popolino le baraccopoli, “insediamenti informali” che occupano lo scalino più basso. Poi ci sono quelli che, aspettando risposta alla loro richiesta d’asilo (tempo stimato: un anno e mezzo), lasciano il centro di accoglienza per cercare un lavoro che non sempre trovano, quelli usciti subito dagli hotspot e mai entrati nel circuito dell’accoglienza. E infine quelli che hanno ricevuto il foglio di via ma non sono mai usciti dal nostro Paese. Tra questi, il 28enne guineano fermato dopo l’accoltellamento.

[Foto in apertura di Mauricio Lima / The New York Times / Redux / Contrasto]

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