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21 luglio 2017

Perché le regole Antitrust non valgono per Google & co

Controllando il flusso globale dei dati sono imbattibili: dettano le politiche e macinano utili senza violare le vecchie norme sui monopoli

Paolo Bottazzini

L’identità di molti fenomeni si scopre dai loro effetti: il ragazzino si mostra un campione di calcio con i suoi gol, il genio della poesia con i suoi versi; la peste, nella storia, si è fatta riconoscere dai suoi morti. Anche il monopolio viene individuato dalle sue conseguenze, che sono misurate sull’esperienza dei consumatori: i mercati che riducono la qualità dei servizi offerti ai clienti, e ne alzano il prezzo, manifestano i sintomi di una contrazione della libera concorrenza. Le vittime del monopolio dovrebbero contarsi tra i portafogli delle famiglie, e tra gli imprenditori che non riescono a trovare un canale di distribuzione per le loro merci.

Il pragmatismo americano della Federal Trade Commission (Ftc) misura il monopolio stimandone le conseguenze sul “welfare dei consumatori”. Eppure da molte parti vengono sollevati dubbi sulla validità di questa concezione, soprattutto per le particolarità del mercato tecnologico: il dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Harvard si è incaricato di esaminare a fondo la questione, ma la polemica ha investito anche il forum del Washington Bytes e la testata Forbes.

Le perplessità derivano dal fatto che il monopolio esercitato dai giganti della Silicon Valley non si svela negli effetti di svalutazione dei beni e dei servizi, né in quelli della crescita dei costi per i clienti. Al contrario, gran parte delle funzioni rilasciate da Alphabet, da Facebook, da Apple e dagli altri colossi della tecnologia, vengono frequentate dagli utenti a titolo gratuito – e con prestazioni che nessuno stimerebbe inferiori a quelle dei concorrenti.

Persino l’Authority per l’Antitrust dell’Unione europea, nel provvedimento di condanna contro il servizio Shopping di Google, ha rimarcato che il grado di efficienza del motore di ricerca di Mountain View non è eguagliabile da alcun rivale in giro per il mondo. La distanza continua a crescere ogni giorno, perché i dati degli utenti che interagiscono con il software ne consentono il perfezionamento continuo, grazie alla comprensione dei bisogni informativi individuali.

Chi intercetta circa nove decimi delle interrogazioni complessive, come accade a Google, guadagna un vantaggio sui concorrenti che si estende di ora in ora. Lo ammetteva nel 2010 anche il Chief Scientist di Google, Peter Norvig, in un’intervista concessa a Matt Asay e Tim O’Reilly: «Non abbiamo algoritmi migliori degli altri: abbiamo solo più dati». L’effetto del monopolio in Silicon Valley è lo sviluppo di un servizio che funziona sempre meglio e che viene concesso gratis (dal punto di vista economico) agli utenti…

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[Foto in apertura di Jason Henry / The New York Times / Contrasto]

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