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19 luglio 2017

Tutti i nemici della società aperta

L’insicurezza diventa l’alibi della politica per non trovare soluzioni ai problemi. Servono regole sull’immigrazione, l’anti-dumping, l’antitrust

Gabriella Colarusso

Dal numero di pagina99 in edicola dal 14 luglio e in edizione digitale

Michalis Pattakos è un giovane e brillante avvocato greco. È specializzato in leggi antitrust, ma è anche un appassionato studioso del pensiero politico. Qualche settimana fa, analizzando il risultato delle elezioni francesi e la sconfitta del fronte nazionalista-lepenista, ha ricordato come la divisione tra società aperta e chiusa non sia «il nuovo political divide» ma una costante della battaglia politica e delle idee fin dai tempi di Pericle.

Nel discorso in onore degli ateniesi morti nella guerra contro l’autoritaria Sparta, scrive Pattakos, il papà della democrazia «fissò la distinzione tra società aperte e chiuse come una divisione politica fondamentale. La democrazia ateniese, nella sua visione, era stata la protagonista morale, politica ed economica del suo tempo perché aperta: “La nostra città è aperta al mondo”».

Protezionismo o libero commercio? Inclusione o rifiuto dell’altro? Democrazie liberali più forti o spazio a leader autoritari? Le contrapposizioni che sembravano risolte con la fine della Guerra Fredda riesplodono nella loro brutalità, non più tra i due blocchi di potere divisi dalla cortina di ferro ma all’interno delle stesse democrazie liberali occidentali. L’insicurezza alimenta la rabbia dei cittadini, la ricerca di un nemico esterno diventa l’alibi della politica per non trovare soluzioni ai problemi.

La scelta di rimandare la discussione della legge sullo ius soli è solo un esempio di questa resa culturale. Ma il nostro benessere, il progresso che abbiamo raggiunto, la democrazia, sono figli della “città aperta al mondo”, di un sistema politico basato sui diritti civili e i diritti umani, di un sistema economico fondato sulla libera circolazione degli uomini e delle merci.

Non siamo ingenui. Il mondo aperto funziona solo con nuove regole: sull’immigrazione, anti-dumping, antitrust. Il rischio altrimenti è di creare il consenso necessario a nuovi dispotismi. Le grandi spinte che stanno cambiando il nostro Paese e l’Europa di cui ci occupiamo in questo numero, dall’innovazione digitale alle migrazioni, sono frammenti di uno stesso discorso. In Svizzera, l’accoglienza entusiasta alle imprese italiane che hanno delocalizzato si è trasformata in poco tempo in rancore anti-italiano: siamo noi, per gli elvetici, a rubare il lavoro. Ma la Svizzera beneficia della sua crescente integrazione rispetto alla Ue e chiudere le frontiere avrebbe ripercussioni ancora più gravi sulla sua economia. Che fare?

In Germania, l’enorme afflusso di migranti tra il 2015 e il 2016 ha spinto la società e le istituzioni tedesche a trovare un modello di cooperazione che funzionasse: molte domande d’asilo vengono respinte, certo, non è la politica dell’umanitarismo a tutti i costi, ma chi resta ha davvero la possibilità di diventare cittadino europeo: istruzione, casa, lavoro, cultura. Muri che cadono.

L’alternativa è l’Ungheria dell’autoritario Orban o la Cina, che alza muraglie digitali per proteggere un regime fondato sulla censura. Eppure anche Pechino ha bisogno del mondo e aspetta trepidante che l’Europa abbatta i dazi e le offra il suo ricco mercato, senza condizioni. Una leva che qualcuno a Bruxelles potrebbe usare per parlare ad esempio anche di diritti umani nel Paese più popoloso del mondo. La difesa della società aperta non è un pranzo di gala.

[Foto in apertura di Maria Litwa / Laif / Contrasto]

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