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19 luglio 2017

Il fallimento del solare tedesco

L’80 per cento dei pannelli installati proviene dall’Asia. Così Berlino finisce per tagliare i contributi. E, private degli aiuti statali, le aziende iniziano a morire

STEFANO CASERTANO

Dal numero di pagina99 in edicola dal 14 luglio e in edizione digitale

Berlino. Cala il sole sul solare tedesco: a metà maggio è fallita Solarworld, ultima grande azienda quotata specializzata nella produzione di pannelli solari. Ancora a marzo il Ceo Frank Asbeck citava «positive prospettive di sviluppo», sostenendo che nelle casse del gruppo si nascondevano qualcosa come 120 milioni di euro di liquidità da investire, tra lo stupore degli analisti. Si prevedeva un piano di ristrutturazione con 400 licenziamenti e profittabilità entro due anni. Cambio di opinione repentino da parte di Asbeck: «Dobbiamo affrontare il price-dumping illegale dei cinesi».

Fatti: nel 2016 perdite per 92 milioni di euro; conferme: nello stesso anno il prezzo dei moduli era sceso del 20% a causa della sovracapacità produttiva asiatica. Adesso rischiano il posto tremila dipendenti. Fanno compagnia a Solarworld altre aziende tedesche come Solar Fabrik (fallita nel2015, ora tenuta in vita artificialmente) e Solon Solar, fallita ben due volte. Si aggiunga tutto il settore: Sma Solar, Q-Cells, Conergy, Solar Millennium, Centrotherm, Phoenix Sola: tra fallimenti e crisi, le aziende ai tempi d’oro dieci anni fa valevano 25 miliardi, mentre adesso contano per poco più di uno. Altri fatti: nel 2016 sono stati installati quasi 1,5 gigawatt di potenza addizionale, rispetto ai 7,4 del 2010.

Ciò basta per porci l’italianissima domanda: dove sono finiti i soldi? Un tempo il settore solare tedesco era visto come l’alfiere della rivoluzione energetica mondiale. Era in piedi un sistema d’aste che adeguava i contributi al prezzo dei moduli, e a noi meridionali arrivava solo l’eco delle giornate tedesche nelle quali «il 100% di energia è stata prodotta da rinnovabili» (15 maggio 2016 la prima volta). Si creava anche un progetto per produrre energia dal sole del deserto e rifornire l’Europa – nascita nel 2009, morte presunta nel 2014 quando hanno lasciato il consorzio partner quali Siemens e Bosch. Desertec era il nome e chi scrive deve far ammenda per avervi anche creduto ai tempi, ma erano peccati di altre gioventù, altre carriere, altri entusiasmi.

Ci si scaglia contro il governo per aver ridotto i contributi. C’è del vero: si dichiarava a Berlino di voler coprire l’80 percento della produzione elettrica tramite rinnovabili entro il 2050. Ciò richiede 150-200 gigawatt di potenza solare installata, rispetto agli attuali 41,2. Considerando che dopo una trentina d’anni con i pannelli al massimo ci si friggono le uova, la loro sostituzione e la potenza addizionale prevista comportano un fabbisogno d’installazione di 6-7 gigawatt all’anno (dice il Fraunhofer Institut). La quota rinnovabile è già significativa: 7,4% dei consumi coperti dai pannelli in Germania nel 2016; ma bisognerebbe quintuplicare il ritmo attuale d’installazione.

Perché allora ridurre i contributi? Nel 2004 per un impianto su terra il regalo statale era di 46 cent al kwh, mentre adesso si veleggia sotto ai 10. È vero però che il costo di un impianto solare è sceso del 70-80%. Se i contributi sono commisurati al costo degli impianti, parte della riduzione è dovuta a questo. In fondo, lo scopo dei “contributi” era proprio quello di stimolare la nascita di un’industria solare che si reggesse sulle proprie gambe. Il problema è diverso: il piano è riuscito, solo che i contributi tedeschi hanno stimolato più che altro l’industria cinese.

La denuncia di Asbeck della Solarworld non è peregrina: se in Europa ci sono ghiotti contributi, val la pena per il governo cinese stimolare il settore in patria ed esportare pannelli a basso prezzo in Europa. Per questo si sostiene che le aziende cinesi possano beneficiare di un “doppio aiuto”, statale in patria e statale in Europa. La Cina può contare anche su altri vantaggi, tra cui ricordiamo un costo della manodopera più basso, e soprattutto un costo dell’elettricità (con cui produrre i pannelli stessi) basso poiché basato per il 90% sul carbone.

Pronti al colpo di sole? Allora: il carbone ad alte emissioni serve ai cinesi per produrre i pannelli, che poi vengono trasportati per tutto il mondo, e vengono installati in Europa per ridurre le emissioni. È assai dubbio quanto questo sistema, alla fine, le emissioni le riduca davvero. È difficile a questo punto criticare troppo il governo tedesco per l’idea di ridurre i contributi. Del resto, attualmente il solare si mantiene in vita grazie ai contributi, e i posti di lavoro si conservano finché c’è nuova potenza da installare o da sostituire. Se in Germania le aziende finiscono tutte a gambe all’aria, è forse un po’ troppo internazionalista giustificare all’elettore tedesco come i suoi soldi debbano sostenere la vita degli operai asiatici.

La Commissione Europea ha annunciato in marzo che una serie di tariffe anti-dumping contro i moduli cinesi sarà prolungata di diciotto mesi (si tratta di 0,46/watt per i moduli). Le misure sono in vigore dal 2013 e si applicano anche ai moduli assemblati in altri paesi impiegando celle prodotte in Cina. Ma dal settore in Germania si sostiene che le tariffe vengano evitate tramite articolati sistemi di esportazione, e i dati sembrano dar ragione ai critici: l’80% dei moduli installati in Germania proviene dall’Asia. Facciamo(gli) del male: i moduli rappresentano il 60% dei costi di un impianto solare, per cui circa il 30% dei contributi tedeschi finisce nelle tasche dei produttori di pannelli cinesi (è sempre il Fraunhofer Institut a dirlo).

Dal sole ai tempi bui delle rinnovabili? Buone notizie sembrano arrivare da altri fronti, e in particolare dall’eolico off-shore. Un terzo della produzione elettrica tedesca è coperta da rinnovabili, e tra queste un terzo è rappresentata dall’eolico. All’inizio del 2016 erano attivi circa 26 mila impianti su terra (diametro medio: 105 metri!) e circa 800 su mare. Del resto, insomma, non sorprende che in Germania produrre elettricità con il freddo vento del nord possa essere più interessante rispetto a sfruttare il celebre sole centroeuropeo.

[Foto in apertura di Michaela Rehle / Reuters / Contrasto]

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