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19 luglio 2017

È Le Havre la culla del macronismo

Nella ex Stalingrad-sur-Mer, primo porto del Nord, progressisti e conservatori dialogano da decenni in modo costruttivo. Da qui viene il premier Edouard Philippe

Leonardo Martinelli

Dal numero di pagina99 in edicola dal 14 luglio e in edizione digitale

Le Havre. Strano destino quello di Le Havre, a lungo liquidata come Stalingrad-sur-Mer per quei palazzoni di cemento armato disegnati da Auguste Perret dopo la Seconda guerra mondiale: un terribile bombardamento degli Alleati (fra il 5 e il 6 settembre 1944, quando ormai i nazisti erano spacciati), aveva spazzato via una stupenda città dall’atmosfera belle époque e la vita di oltre duemila civili inermi. Stalingrado, sì, per la patina sovietica dei nuovi edifici. E perché la città, portuale e proletaria, fu amministrata dal 1965 e per trent’anni dai comunisti.

Oggi il nomignolo non lo utilizza più nessuno. Le Havre è una città alla moda, piena di edifici avveniristici e una spiaggia ripulita, dalle cabine multicolori. Chi l’avrebbe mai detto: perfino i palazzi di Perret, classificati patrimonio dell’umanità dall’Unesco, sono stati riscoperti, con quelle tonalità rosa o beige che l’architetto otteneva mischiando pigmenti impensabili al calcestruzzo. Proprio quest’estate cadono i 500 anni dalla fondazione di Le Havre. E Jean Blaise, animatore culturale (in odore di sinistra), che già ha rilanciato Nantes e altre città francesi, ha invitato qui artisti da tutto il mondo, con installazioni disseminate ovunque. Lo ha coinvolto Edouard Philippe (di destra), sindaco fino a poche settimane fa.

Dal 15 maggio scorso Philippe è diventato primo ministro, scelto a sorpresa da Emmanuel Macron. E all’inizio tutti si sono chiesti perché fosse andato a scovare quel marcantonio di un metro e 94, con la barba da hipster. E così, anche a Parigi si sono resi conto che proprio qui, sulle rive della Manica, da oltre vent’anni, era successo qualcosa: destra e sinistra dialogavano con successo. Qualcuno ha osato perfino dire che fosse la culla del macronismo ante-litteram, ma qui a Le Havre nessuno condivide l’idea. «Non mi piace Macron, tanto più quando afferma che non ci sono più destra e sinistra», sottolinea Antoine Rufenacht. «Spero, invece, che esisteranno sempre: se non c’è dialogo fra la destra e la sinistra, ma anche conflitti e rivalità, non esisterà più la democrazia».

Correva il 1995. E Rufenacht (gollista, a lungo uno dei più stretti collaboratori di Jacques Chirac) si presentava per la quarta volta alle elezioni comunali, con poche speranze nella Stalingrad-sur-Mer. Sorpresa: già al primo turno si piazzò in pole position. «Approfittai delle divisioni fra socialisti e comunisti». Subito, in vista del ballottaggio, il Front National gli propose un’alleanza. «E io risposi che non ci pensavo assolutamente. Così al secondo turno tanti socialisti e cattolici di sinistra votarono per me contro il candidato comunista». Vinse, «ma non mi misi a fare la caccia alle streghe al municipio, non revocai nessun funzionario della precedente gestione. Per il consiglio comunale, nominai persone capaci. Che alla fine non erano del mio partito, l’Rpr, ma dell’Udf, i centristi, alleati ma comunque un po’ rivali. A me non importava».

Proprio allora, alla metà degli anni Novanta, iniziò a svilupparsi in Francia l’agglomerazione come entità territoriale. A Le Havre e dintorni (236 mila abitanti) si sarebbero potuti realizzare tanti progetti. Ma non ci sperava nessuno: alcuni comuni dell’hinterland, comunisti, si diceva, avrebbero bloccato qualsiasi idea di Rufenacht. Il sindaco di Le Havre si trovò davanti Jean-Paul Lecoq, pure lui appena eletto nel 1995, sindaco di Gonfreville l’Orcher: un comunista in ascesa.

«Ci incontrammo – racconta oggi Lecoq – e politicamente ci dicemmo tutto quello che avevamo da dire. Ma decidemmo che non avremmo fatto i soliti giochini politici. C’erano in ballo generosi finanziamenti nazionali. Ci saremmo confrontati, ma avremmo cercato dei compromessi». Questo non ha significato azzerare le loro differenze, «perché ancora oggi su tante cose la pensiamo in maniera completamente diversa. Ad esempio, sugli aiuti alle imprese: loro, quelli di destra, dicono che sono contro l’economia assistita e per il liberalismo. E poi vogliono sovvenzionare le aziende, anche quelle che non ne hanno bisogno. Ci siamo sempre opposti».

Sono trascorsi così tanti anni. Rufenacht, che oggi ha 78 anni, riceve nel vecchio ufficio dell’impresa di famiglia, ormai scomparsa. Erano ricchi mercanti di caffè di origini svizzere. E protestanti, come tanti di quella borghesia illuminata caratteristica di Le Havre. Nel 2010 era ancora sindaco, «ma rinunciai, spazio ai giovani». Lo sostituì Edouard Philippe, appunto, una sua creazione. Quanto a Lecoq, è stato appena eletto deputato: comunista come sempre e fino alla morte. Cos’è rimasto del loro «compromesso storico»?

Una città completamente trasformata. Attraverso l’agglomerato, riuscirono a finanziare un tram ultramoderno e un nuovo stadio. E soprattutto a ristrutturare i quartieri più popolari a Nord e intorno al vecchio porto: i docks, dove l’architetto Jean Nouvel ha progettato una grande piscina con spa, struttura pubblica aperta a tutti a prezzi modici.

Le Havre non è diventata il paradiso in Terra. Soffre della deindustrializzazione e il porto ha i suoi alti e bassi. Il tasso di disoccupazione viaggia sul 12%, più alto della media nazionale. Non vanta la prosperità insolente di una Bordeaux o di una Lione: non l’ha mai avuta. Però, non è scivolata nella desolazione sociale di città simili del Nord, come Calais o Valenciennes: è già una conquista. Se, comunque, si parla a Lecoq di macronismo prima del tempo, si arrabbia: «Macché, è stata solo la gestione democratica e attenta di un territorio». E la bella storia continua.

Alle elezioni nazionali a Le Havre vince sempre la sinistra (alle ultime presidenziali, al primo turno, è Jean-Luc Mélenchon a essere balzato in testa) e alle municipali s’impone sempre la destra. Ma quella destra lì. Il posto di Philippe, come sindaco, nel palazzo municipale è stato preso dal suo vice, Luc Lemonnier. Lui e Philippe, alle ultime comunali, nel 2014, procedettero insieme a comporre la lista.

«Ricevemmo 250 candidature – racconta Lemonnier -. E quando ci siamo messi a scegliere, non pensavamo all’appartenenza politica: ci importavano le competenze e la voglia di fare. Alla fine meno del 40% aveva una tessera di partito e in molti casi non era la stessa mia e di Edouard, quella dei Repubblicani», eredi della tradizione neogollista. «A tutti gli eletti – continua – abbiamo dato completa libertà: se vogliono partecipare all’attività di un partito, fanno quello che vogliono. Basta non cadere negli estremi: solo una minima apertura al Front National e con noi non ci lavori più».

«Miracolo a Le Havre» si intitola uno struggente film girato da queste parti dal finlandese Aki Kaurismaki nel 2011. Ecco, il miracolo sarà possibile anche a livello di tutta la Francia? A Le Havre non ci giura nessuno, «anche perché noi abbiamo dialogato nell’interesse di tutti – dice Lemonnier -, ma non abbiamo messo destra e sinistra nello stesso calderone». Poi, è anche una storia di rapporti umani. Quando il sindaco comunista «storico» di Le Havre, André Duroméa, morì, nel 2011, una delegazione del suo partito si presentò da Rufenacht, che a lungo era stato il suo nemico giurato alle elezioni. «È lei e solo lei – gli dissero – che pronuncerà un’orazione funebre per Duro», il soprannome di Duroméa. «Per me fu un onore – ammette Rufenacht -, per una persona che aveva fatto la Resistenza ed era finito nei campi di sterminio nazisti: lo ammiravo tanto».

Prima delle ultime legislative, l’ex sindaco gollista ha intravisto per le strade della città Maryvonne Rioual, assessore alla cultura negli anni dell’amministrazione comunista, che ha oggi 74 anni. «L’ho vista lì, a distribuire i volantini, ancora una militante convinta: è una persona eccezionale». «In questa città – dice Maryvonne – siamo riusciti a metterci intorno a un tavolo e a discutere. Diciamo che siamo stati anche un po’ obbligati e non è stato facile. Ma ce l’abbiamo fatta. C’era il traumatismo della guerra, quel terrificante bombardamento. Dovevamo rifondarla Le Havre. Dovevamo farlo tutti insieme».

[Foto in apertura di Fabrizio Villa]

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