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10 luglio 2017

Land grabbing: lasciate che la Cina si sfami per prima

La Repubblica popolare ospita il 22% della popolazione mondiale ma ha solo il 7% delle terre arabili. Così ha iniziato a comprare terreni all’estero. Land grabbing?

Cecilia Attanasio Ghezzi

► Dal numero di pagina99 in edicola dal 7 luglio e in edizione digitale

Il Paese più popoloso, la seconda economia del mondo. La nazione che in poco più di vent’anni è riuscita a sollevare 600 milioni di persone dalla soglia di povertà. Tutti record che si sono attribuiti alla Cina e che negli ultimi anni abbiamo sentito ripetere sempre più spesso senza mai soffermarci su un aspetto. Per i cinesi l’improvvisa crescita economica ha significato soprattutto una cosa: mangiare, tutti e meglio. Ma se per sfamare noi occidentali si stima serva un acro a persona, la Cina ne ha appena 0,2 per ognuno dei suoi cittadini. Se ne deduce che le sconfinate piane della Repubblica popolare non sono assolutamente più sufficienti.

 

La terra non basta più

Il quadro generale è il seguente. Il Paese ospita il 22 per cento della popolazione mondiale ma possiede appena il 7 per cento delle sue terre arabili: 335 milioni di ettari. Il dato è ancora più preoccupante se si considera che, secondo le statistiche ufficiali, il 40 per cento di quelle terre è ormai reso inservibile dall’erosione del suolo, dalla deforestazione e dall’inquinamento. Pesticidi e metalli pesanti hanno ormai irrimediabilmente compromesso un quinto delle terre coltivabili, il 90 per cento delle falde acquifere in prossimità delle metropoli e il 70 per cento dei fiumi e dei laghi.

 

Campagna acquisti all’estero

Se dagli anni Novanta in poi il governo ha sempre spinto per un’agricoltura intensiva che incrementasse la produzione e i proventi, oggi la Repubblica popolare si trova costretta a ripensare l’intero sistema. L’anno scorso il ministero dell’Agricoltura ha pubblicato una lista di 50 nuove politiche della terra che prevedono il ritorno degli agricoltori specializzati, delle cooperative agricole e degli appezzamenti di terra gestiti su scala famigliare. Ma certamente non è abbastanza. È per questo che fin dalla metà degli anni Duemila la Cina prende in affitto o compra appezzamenti all’estero all’estero.

Ha cominciato nei Paesi limitrofi come il Laos e la Cambogia, velocemente si è allargata in Africa e in Sud America fino ad arrivare ad acquisire le terre poco popolate della Russia orientale, dell’Ucraina e del Kazakistan. E non è solo land grabbing. In Africa, per esempio, la Cina sta investendo anche in centri di ricerca mirati a migliorare i raccolti e a ottimizzare le risorse. Ormai produce – su terre non sue – granaglie, soia e carne da macello.

 

Importazioni record di cibo

Nel frattempo è cresciuto vertiginosamente anche il cibo importato passando dal 5,4 per cento del 2000 al 21 per cento del 2015. Si tratta di oltre 48 miliardi di dollari, ovvero più di quanto non facciano, assieme, i quattro Paesi che la seguono nella classifica: Germania, Stati Uniti, Giappone e Olanda. E la domanda continua a salire. Nei primi quattro mesi di quest’anno si è già registrato un incremento del 17 per cento rispetto al medesimo periodo dell’anno scorso. Per quanto riguarda la carne di maiale, poi, la Cina consuma addirittura la metà dell’intera produzione mondiale.

 

Pance piene, silos vuoti

Oggi le metropoli dell’ex Impero di mezzo sono gonfie di generi alimentari e i ristoranti sempre pieni. Si è arrivati al punto che finire tutto quello che si ha nel piatto è considerato sconveniente, sintomo di quella fame perenne che i più vogliono mostrare di essersi lasciati alle spalle per sempre.

Non va dimenticato che tra il 1959 e il 1961, durante la grande carestia conseguita al fallimentare Grande balzo in avanti di Mao Zadong – per la propaganda locale «i tre anni di catastrofi naturali» – sono morti tra i 15 e 45 milioni di cinesi. E che, ancora fino agli anni Ottanta, il cibo nel Paese era razionato. In città ci si nutriva quasi esclusivamente di riso e verza, si pagava con i mianpiao, una sorta di tessera annonaria, e si mangiava carne solo in occasioni speciali. Spesso appena una volta l’anno, quando si festeggiava il Capodanno lunare.

 

Il vero balzo in avanti

Ma con le politiche di riforma e apertura è cambiato tutto. Tra il 1985 e il 2005 il consumo di carne è quadruplicato, e si stima continuerà a crescere ancora del 35 per cento entro il 2020. Inoltre, il palato si sta abituando a sapori differenti da quelli tradizionali. Crescono i consumi di caffè, spezie, olio d’oliva, verdure e frutti esotici. Nel 2013, appena nominato presidente, Xi Jinping aveva immediatamente segnalato il problema. «Se la Cina vuole continuare a crescere -, disse, – deve prima risolvere il problema di approvvigionamento per la sua popolazione di 1,3 miliardi di abitanti». Gli investimenti sono seguiti a pioggia. E ora è il resto del mondo che deve preoccuparsi. Resterà abbastanza cibo per tutti gli altri?

 

[Foto in apertura di AFP / Getty Images]

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