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10 luglio 2017

È l’ora dei ciclisti di montagna

Sulle Dolomiti esplode il turismo su due ruote. Con eventi dedicati che generano un indotto enorme. Tra sensibilità ambientale e salopette da 300 euro

Paolo Martini

Dal numero di pagina99 in edicola dal 7 luglio e in edizione digitale

Nel cuore delle Alpi orientali tre grandi vene drenano il turismo a due ruote. Si chiamano in modi un po’ strani: Hero Südtirol Dolomites, che è la gara più dura del mondo per mountain-bikers, organizzata da otto anni in Val Gardena; sellaRonda Bike Days, con quel tocco di grazia della prima minuscola, che da più di un decennio è il grande giorno di chiusura dei quattro passi attorno al massiccio del Sella, con 25-30 mila cicloturisti in festa; Maratona dles Dolomites, la gara non professionistica più agognata del mondo, con 33 mila richieste per 9 mila iscrizioni, che ha il cuore pulsante in Alta Badia.

Quest’anno si sono aggiunti nuovi flussi: un altro Dolomites Bike Day, domenica 18 giugno, che ha visto chiudere le strade intorno al Falzarego; nove mercoledì di stop al traffico per pullman, auto e moto sul passo Sella voluti dalla provincia autonoma e denominati DolomitiVives, con battesimo il 5 luglio alla presenza del mito dell’alpinismo contemporaneo, Reinhold Messner (combattivo e combattuto ecologista, creatore di una catena di musei della montagna).

Un gruppo di albergatori e commercianti ha già fatto ricorso al Tar contro questa piccola svolta green, ma anche per i primi sellaRonda avevano storto il naso e tirato giù le saracinesche, salvo poi riaprire i bar al terzo anno e trovarseli quasi svuotati di tutto alle 10 di mattina. In fin dei conti è un affare colossale, questo del nuovo eco-turismo a due ruote per le Dolomiti.

Molti avrebbero preferito soluzioni diverse, invece delle chiusure, come il transito a pagamento. Gli esempi, anche vicini, non mancano: in Austria, intorno alla montagna più alta, il Grossglockner, corrono i 48 chilometri della Hochalpenstrasse, con 36 famosi tornanti che si percorrono previo pagamento di un ticket, ciclisti compresi; per fare il passo del Rombo si versa, a secondo del mezzo, dai 16 ai 28 euro, ma le bici non pagano.

Intorno ai passi dolomitici più famosi il traffico è spaventoso e sotto accusa sono specialmente gli altri bikers, quelli delle moto: vengono da tutto il mondo per scorrazzare come pazzi sui tornanti spettacolari. Soltanto quest’anno sono stati decisi controlli più severi, imponendo il limite di velocità a 60 km/h, ma vedremo se e quando verrà fatto finalmente rispettare.

Spiegare il problema con un esempio è semplicissimo: le guide alpine d’estate non portano quasi più i clienti ad arrampicare sulle celebri Torri del Sella, nonostante siano di facile accesso, perché non riescono a comunicare a voce tra le crode, legati a una distanza di appena trenta-quaranta metri. Più complesso ma incontrovertibile è dimostrare con i dati quanto sia grave l’emergenza ambientale.

Uno studio dettagliato di Eurac Research di Bolzano ha calcolato picchi di 550 veicoli all’ora d’estate sul passo cuore della ladinità, con il rumore che supera quasi costantemente i 90 decibel. Un inquinamento acustico inaccettabile in un’oasi naturalistica decretata Patrimonio mondiale dell’umanità. Per intenderci, si considera che dai 60 decibel un rumore sia già davvero fastidioso; sopra i 70 una casa diventa invivibile, come le strade trafficate delle grandi città, e la soglia del dolore inizia a circa 130.

Oltretutto, il contributo maggiore all’inquinamento acustico viene appunto dai motociclisti, che in genere tracannano birra in gran quantità, ma non alimentano quasi mai l’industria vera e propria del turismo con le permanenze effettive, come capita invece con i ciclisti e gli escursionisti. Negli ultimi dieci anni si è innescato un altro indotto notevole delle due ruote in Dolomiti, basti pensare che sull’onda della fama della Hero migliaia di mountain-bikers rifanno poi il percorso sui sentieri intorno al Sella, aiutandosi con gli impianti di risalita e facendosi accompagnare da una guida locale. Sono ormai più di un centinaio solo i nuovi maestri di Mtb tra Val Gardena e Badia, e decine di negozi di noleggio delle attrezzature per lo sci hanno trovato modo d’imbastire un’altra ricca stagione.

Del resto, quasi ogni anno le aziende che fabbricano le bici s’inventano un nuovo filone: non s’è ancora spento l’eco del tentato lancio delle fat-bike (fat, ovvero grasse, per via delle ruote enormi adatte anche a neve e sabbia) che dagli Stati Uniti arriva la grande ondata delle cosiddette gravel (ghiaia, sterrato), cioè mezzi da ciclocross, endurance o adventure bike che dir si voglia, una via di mezzo tra le bici da montagna e da corsa.

Certo, poi le persone normali che percorrono a piedi, con semplici scarpe da trekking, i sentieri sotto ai monti non sono così felici d’imbattersi nel classico eco-turista in divisa da Nibali che sferraglia a tutta velocità sulla sua nuovissima diavoleria a due ruote, pagata magari migliaia di euro. Meglio dei quad (grandi moto a quattro ruote), ovviamente, ma forse, come obiettano in molti, anche questo è il classico “eco-ego-turismo” per pochi privilegiati.

Il nuovo consumatore borghese su due ruote è stato persino etichettato: si chiama Mamil, Middle Age Man In Lycra, uomo di mezza età con la passione per i tessuti sintetici da sportivo, disposto a pagare anche 300 euro per una salopette tecnica. È evidente il rischio che intorno alle bici si fondi una nuova forma di distinzione su cui gli strali di un Thorstein Veblen di oggi potrebbero aggiornare La teoria della classe agiata, con un capitolo appunto sui “lycrantropi”.

Ma forse è meglio dar retta ai sognatori come Michil Costa, patron della Maratona e grande propugnatore della svolta eco-sostenibile: «Non so se riuscirò mai a vederlo, ma sogno un nuovo turismo dolomitico tutto giocato sul limitare tra i boschi e le cime», racconta dal suo albergo modello La Perla a Corvara: «Sono sicuro che verrà il giorno in cui nelle valli ladine si potrà arrivare soltanto con i treni elettrici, i passi intorno al massiccio del Sella saranno pieni di pedoni e bici, al massimo con pochi piccoli mezzi pubblici non inquinanti, e gli impianti di risalita serviranno a rendere accessibile la montagna a tutti. Allora potremo finalmente dire addio anche a una certa ostentata autenticità e l’Economia del Bene Comune sarà il valore vero a cui faremo riferimento». Beh, davvero, sulle Dolomiti c’è ancora molto da pedalare.

[Foto in apertura di Guenter Standl / Laif / Contrasto]

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