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5 luglio 2017

Cari manager, leggete romanzi

Il 43 per cento dei dirigenti non sfoglia neanche un libro all’anno. E i pochi che lo fanno si limitano alla saggistica. Eppure le neuroscienze...

BENEDETTA FALLUCCHI

Dal numero di pagina99 in edicola dal 30 giugno e in edizione digitale

Pecunia olet in letteratura. E viceversa, si potrebbe dire: liber (quasi sempre) olet per chi fabbrica o maneggia la pecunia. Banchieri, finanzieri, amministratori sembrano destinati a essere i villain dei (rari) romanzi in cui compaiono. Prendiamo il mondo della finanza in Papà Goriot di Balzac, ritratto della spietata borghesia in ascesa a metà Ottocento; o, ancora meglio, il David Golder di Iréne Némirovsky, uscito significativamente nel 1929, e che ha per protagonista un avido uomo d’affari dedito a speculazioni finanziarie. O in tempi a noi più vicini: American Psycho di Bret Easton Ellis, che assembla l’euforia dell’accumulo di soldi di un professionista di Wall Street, la violenza e le smanie materialistiche degli anni Ottanta in una triade che pare inscindibile. C’è anche l’italiano Tommaso Aricò, matematico mancato e finanziere riuscito ma non risolto di Resistere non serve a niente.

Disprezzati nell’immaginario letterario, i manager italiani si ribellano nel mondo reale e disertano la narrativa. Anzi, disertano la lettura come pratica: secondo dati Aie dello scorso anno ben il 43% della categoria “Dirigenti, imprenditori, liberi professionisti, quadri direttivi” non legge neanche un libro all’anno (cifre molto diverse dagli omologhi francesi o spagnoli).

Qualche anno fa il Sole 24 Ore – eravamo nel bel mezzo della crisi finanziaria – intervistò alcuni manager di spicco (Gabetti, Scaroni, Tronchetti Provera). Alla domanda sulle letture estive, questi per lo più risposero citando ponderosi saggi di economia o volumi di storia con qualche incursione nelle biografie di personaggi di successo (Cavour, Jerry Weintraub). La narrativa non sembra rientrare nelle priorità della classe dirigente, forse perché percepita come un’attività con scarso ritorno (e magari perciò vissuta con il senso di colpa di una deliziosa trasgressione) per chi professa il profitto come religione.

Ed è qui l’errore. Perché dovrebbe essere proprio la mentalità utilitaristica attribuita per stereotipo ai dirigenti a spingerli verso i libri, e in particolar modo verso la letteratura. Invece di impegnare il loro tempo (solo) sulle sudate carte di bilanci aziendali, ben farebbero a ossigenare il cervello sfidandolo su trame altrettanto complesse ma di fantasia. A sostenerlo non è una cellula umanistica nostalgica, bensì la neuroscienza.

Sono molte le ricerche a supporto, un corpus relativamente recente ma consistente, che attraverso scansioni cerebrali e test ha cercato di indagare la relazione tra mente e fiction. Ed è ormai un dato abbastanza condiviso il fatto che la lettura stimoli il cervello in più direzioni: per esempio certe parole come “gelsomino” o “cannella”, una volta lette o pronunciate, sono chiavi che danno accesso immediato alla nostra sfera sensoriale; così come l’impegno necessario a decodificare una metafora implica la rapida attivazione delle aree sensoriali della mente.

I ricercatori hanno anche spiegato che le parole connesse al movimento producono un’attività a livello della corteccia motoria, che è quella che presiede ai movimenti del corpo. Nel 2013 gli psicologi David Comer Kidd e Emanuele Castano, attraverso una serie di esperimenti condotti presso la New School for Social Research di New York, hanno dimostrato che l’immedesimazione tipica del processo di lettura (in particolare nel caso di letteratura di qualità) si trasferisce nell’esperienza relazionale, potenziando le capacità di comprensione ed empatia verso il prossimo.

Così si è espresso Kidd: «La fiction non è solo una simulazione di un’esperienza sociale, è un’esperienza sociale essa stessa». Anche gli studi sviluppati tra il 2006 e il 2009 da Raymond A. Mar e Keith Oatley si sono concentrati sulla migliore empatia verso gli altri riscontrata nei lettori di fiction.

Lo stesso vale per la ricerca del 2015 di Diana Tamir, del Department of Psychology dell’Università di Princeton: qui si è verificato come il cervello venga sollecitato dalla lettura di testi in cui l’aspetto relazionale sia preponderante rispetto a testi ricchi di descrizioni spaziali. Le zone del cervello che si attivano sono le stesse che rispondono al nostro tentativo di mappare le intenzioni altrui – quella capacità chiamata dagli scienziati “Teoria della mente”. L’attività mentale riscontrata durante la lettura è stata particolarmente elevata nei cosiddetti lettori forti di narrativa.

Ora, se vogliamo sfatare lo stereotipo del manager senza scrupoli, del lupo di Wall Street, del dirigente più concentrato sui numeri che sulle persone, è lecito chiedersi: non potrebbero forse tornare utili queste abilità di comprensione delle motivazioni altrui? Quanto potrebbero migliorare i processi decisionali dei manager e modificare le relazioni in una direzione costruttiva?

Nella peggiore delle ipotesi, se la neuroscienza che ancora indaga su questi fenomeni si ricrederà e ci dirà che erano solo vagheggiamenti di scienziati con pregiudizio troppo positivo sulla lettura, ci potrà essere comunque un tornaconto dalla nuova condotta: magari gli scrittori saranno meno crudeli nel rappresentare banchieri e finanzieri nei loro romanzi. Un marketing a poco prezzo per una categoria bistrattata.

[Foto in apertura di Getty Images]

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