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3 luglio 2017

Se il petrolio costa sempre meno

I tagli Opec non hanno funzionato. Il fracking Usa è in buona salute. Ma non è detto sia una cattiva notizia per le Borse

Lo scorso 25 giugno su Forbes è comparso un commento di un collaboratore, Panos Mourdoukoutas, secondo il quale una guerra tra Iran e Arabia Saudita – non probabile ma possibile – renderebbe ricchi i produttori americani di petrolio, rendendo il fracking estremamente conveniente per effetto del rialzo dei prezzi.Al momento, però, solamente la non molto auspicabile crisi mediorientale, la prospettiva che questa si tramuti in una guerra diretta tra blocchi contrapposti, sembra poter risollevare le quotazioni del petrolio. Nell’ultima settimana di giugno, il Brent viaggiava intorno a quota 46 dollari al barile, ben sotto i livelli dello scorso 30 novembre quando l’Opec raggiunse un sofferto accordo per il taglio della produzione che non ha dato i risultati sperati.

Secondo un’analisi pubblicata da Wall Street Journal, sono diverse le ragioni che impediscono una risalita dei prezzi. La prima è il ruolo dei Paesi che sono esentati dal sistema delle quote e che, nonostante una situazione politica turbolenta, continuano a pompare greggio sul mercato a livelli inaspettati: la Libia devastata dalla guerra civile ha una produzione di 885 mila barili al giorno, tre volte tanto i livelli dell’anno precedente. La Nigeria 1,68 milioni.

Ma se si vuole “pesare” l’offerta mondiale bisogna volgere lo sguardo anche verso gli Stati Uniti, dove l’industria del fracking, data per morta già innumerevoli volte, continua in realtà a giocare un ruolo importante. La previsione secondo cui l’estrazione del petrolio e del gas “intrappolato” in profondità nella roccia è troppo costosa per costituire una valida alternativa di mercato ai produttori tradizionali si è mostrata totalmente errata. Sfruttando i giacimenti più ricchi e grazie al miglioramento delle tecnologie disponibili, oggi alcuni produttori possono guadagnare anche con prezzi sotto i 40 dollari al barile. Gli Stati Uniti potrebbero così superare già nel 2018 l’Arabia Saudita come primo produttore mondiale.

Il mix tra la produzione inaspettata di Paesi come la Nigeria e la Libia, e il fatto che i petrolieri americani, galvanizzati anche dalla nuova presidenza Trump, non alzino il piede dall’acceleratore, ha portato come conseguenza una inaspettata resistenza delle riserve dei Paesi Ocse, che anzi negli ultimi mesi sono cresciute. Potrebbero iniziare a consumarsi sensibilmente nella seconda parte dell’anno, ma certamente il trend è più lento di quello immaginato in un primo momento e anche questo è un problema per chi scommette su un rialzo.

Tutte queste ragioni, che sono fattuali, si uniscono poi alla speculazione: gli hedge fund che a maggio avevano scommesso sulla crescita dei prezzi, dopo il rifiuto dell’Opec di tagliare ulteriormente la produzione hanno iniziato a tagliare le loro posizioni lunghe. Il mercato deve fare i conti con una situazione di fatto che probabilmente cambierà poco nei prossimi mesi. Non è detto sia un male: il crollo del prezzo del petrolio, in passato, ha terremotato i listini. Ma non è detto che ciò accada anche questa volta perché, in questa occasione, le ragioni sono contingenti e non legate alla debolezza della domanda. Anzi, i prezzi bassi possono essere un volano per rilanciare la produzione.

(Sa. C.)

[Foto in apertura di Contrasto]

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