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4 luglio 2017

Tra i cattivi maestri del terrorismo islamico

Da al-Maqdisi che dal Kuwait accusa gli infedeli dell’Arabia Saudita, ad Abdallah Azzam, l’inventore dei foreign fighters. Viaggio tra gli intellettuali del jihad

Giuliano Battiston

Dal numero di pagina99 in edicola dal 30 giugno e in edizione digitale

È il 1950. Siamo al Cairo. Nelle vetrine di alcune librerie specializzate compare un denso saggio dal titolo evocativo: Ciò che il mondo ha perso con il declino dei musulmani. L’autore non è egiziano, ma scrive in arabo. Si chiama Abul Hasan Ali Hasani Nadwi. Nato nel 1914 nell’allora Raj britannico, è uno studioso legato al movimento per l’indipendenza indiana. Il libro finisce nelle mani di un uomo mingherlino di mezza età, dalla fronte alta e i baffi a spazzola: Sayyid Qutb. Scrittore e pedagogista egiziano, già funzionario del ministero dell’Istruzione, nel 1950 è appena rientrato al Cairo da un periodo di studio negli Stati Uniti, dove si convince che gli americani siano «un branco di gente scervellata, traviata, che conosce soltanto la lussuria e il denaro».

La lettura di Ciò che il mondo ha perso con il declino dei musulmani segna profondamente lo scrittore e polemista Qutb, contribuendo a farne il maitre-à-penser del radicalismo degli anni Settanta, l’uomo che trasforma l’islamismo politico in un’ideologia radicale. Un autore letto e commentato ancora oggi. Perfino dagli studiosi riconducibili allo Stato islamico, che nelle sue teorie vedono in nuce una delle matrici ideologiche del gruppo: l’avanguardismo rivoluzionario. Che presto diventa armato.

 

Attacco ai regimi arabi

Per Qutb, che al Cairo aderisce al movimento dei Fratelli musulmani (fondato nel 1928 dal coetaneo Hassan al-Banna), la lettura del libro di Nadwi è cruciale. È lì che viene introdotto per la prima volta al concetto di jahiliyya, il periodo di ignoranza pre-islamica, precedente al messaggio del profeta Maometto. Il concetto viene da lontano. All’origine non c’è il clerico indiano Nadwi, ma un suo sodale, l’intellettuale pachistano Abul Al al-Mawdudi, per il quale «l’Islam è la vera antitesi della democrazia secolare occidentale» e «il mondo dell’Islam deve recuperare le sue radici spirituali». Qutb adotta quel concetto e lo usa come un’affilata arma dialettica. Fa ciò che nessuno prima di lui aveva osato fare così apertamente: attacca i regimi arabi. Corrotti, tirannici e apostati, promotori di «false leggi e false dottrine» perché incapaci di riconoscere e dare vita all’unica sovranità, quella divina (hakimiyya).

La ribellione è giusta e necessaria, dice Qutb, che circoscrive la vera identità islamica e inaugura la tendenza takfiri, l’inclinazione alla scomunica, centrale, poi, nel pensiero radicale. Come per il pachistano al-Mawdudi, anche per lui «l’umanità è sull’orlo del precipizio». Serve una rinascita. Una rinascita islamica. Per avviarla – sostiene prima di finire impiccato nel 1966 – «dev’esserci un’avanguardia che compie il primo passo con la necessaria determinazione, per poi proseguire lungo la via».

 

Ritorno alle origini?

Si tratta di una via che sarebbe diventata sempre più violenta, radicale e militarizzata. Parte dal subcontinente indiano di Nadwi e al-Mawdudi, passa per l’Egitto di Sayyd Qutb e conduce alla penisola araba del più importante teorico vivente del jihad, Abu Muhammad al-Maqdisi. «Sono le sceicco che gli ha insegnato il concetto di tawhid», l’unicità di Dio, ha affermato una volta al-Maqdisi, rivendicando di aver dato la rotta ai clerici dello Stato islamico. Questi lo avrebbero poi disconosciuto, quando al-Maqdisi contesta la legittimità teologica del progetto califfale di Abu Bakr al-Baghdadi. Ma le idee di questo studioso nato nel 1959 in Cisgiordania hanno comunque modellato la costellazione ideologica dell’Is.

Sono idee che si formano in Kuwait, dove si trasferisce con la famiglia, poi all’università di Mosul in Iraq, ma soprattutto in Arabia Saudita, dove arriva negli anni Ottanta. Vi trascorre un anno di studio: «Il più importante periodo della mia vita intellettuale», l’avrebbe descritto in seguito. Legge con interesse i testi dell’Islam politico, in particolare di Sayyid Qutb, di cui ammira il concetto di takfir, la scomunica. Ma si immerge soprattutto nel salafismo, l’orientamento teologico dell’Islam sunnita che ambisce a recuperare la fede non corrotta delle prime tre generazioni di musulmani, gli antenati devoti, esempio di purezza e rigore.

 

Nella culla del jihad

Nei circoli intellettuali religiosi dell’Arabia Saudita, tra i docenti universitari, al-Maqdisi diventa «un vero salafita». Vi trova una particolare temperie culturale, figlia di un incrocio inedito: molti docenti sono membri della Fratellanza musulmana, sostenitori di un Islam fortemente politicizzato. Perseguitati, espulsi dall’Egitto o dalla Siria, trovano rifugio in Arabia Saudita. Si integrano nelle istituzioni educative e finiscono per ibridare il rigorismo letterale del salafismo con l’attivismo politico della Fratellanza, combinando correnti rivoluzionarie e correnti fondamentaliste.

Gli esiti della reciproca influenza tra salafismo e Islam politico sono diversi. In generale, l’Islam politico diventa più conservatore. Il salafismo si politicizza. Ne emerge un salafismo haraki, un salafismo attivista-rivoluzionario, alla cui base c’è la tendenza a circoscrivere in modo molto parziale chi sia un vero musulmano, scomunicando tutti gli altri, considerati infedeli o apostati: il takfirismo, la seconda matrice ideologica a cui attinge lo Stato islamico.

 

Dall’Afghanistan all’Iraq

Dopo essersi immerso in questa temperie, al-Maqdisi torna in Kuwait, dove redige il suo libro più celebre, Millah Ibrahim, in cui denuncia come apostati un gran numero di musulmani che praticano forme di fede bollate come non-islamiche. L’Arabia Saudita è retta da infedeli, accusa. Il jihad, unico strumento per «opporsi a miscredenza e politeismo», è combattimento ma anche dawa, diffusione del vero Islam. Va a Peshawar, in Pakistan, per indottrinare i mujahedin che combattono contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan.

Entra in stretto contatto con l’attuale numero uno di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, e con tutti i più importanti strateghi del jihad. Tornato in Kuwait, continua a sfornare libri e pamphlet infuocati. Con l’invasione dell’Iraq, insieme agli altri palestinesi viene espulso dal Paese. Torna in Giordania, dove dà vita a una cellula jihadista di cui fa parte anche Abu Musab al-Zarqawi, il futuro leader di al-Qaeda in Iraq, suo discepolo per lungo tempo. Nel marzo del 1994 finiscono in carcere. Condannati a 15 anni, vengono liberati per un’amnistia nel 1999. Ma le loro strade ormai sono divise.

Abu Muhammad al-Maqdisi si dedica a sermoni, arringhe e lunghe disquisizioni teologiche, parte delle quali vengono raccolte nel 2004 nel libro Riflessioni sul frutto del jihad, in cui distingue il combattimento per danneggiare il nemico, che garantisce vittorie effimere, da quello strategico per creare e consolidare un vero Stato islamico.

 

L’internazionale jihadista

Impaziente, al-Zarqawi corre invece in Pakistan, il centro della resistenza anti-sovietica. Quando arriva a Peshawar, è appena stato assassinato Abdallah Azzam, l’uomo che ha avuto la maggiore influenza nel coinvolgimento di Osama bin Laden nella causa afghana. L’inventore dell’internazionalismo jihadista. Nato a Jenin nel 1941, dopo la conquista israeliana della Cisgiordania nel 1967 Azzam si rifugia in Giordania, poi al Cairo, dove ottiene un dottorato in giurisprudenza islamica, infine in Arabia Saudita, a Jedda. Lì comincia a interpretare il più importante concetto teologico salafita, il tawhid, in chiave militarista, legandolo a quello di jihad. Per lui, il jihad è l’unico strumento con il quale istituire il monoteismo come sistema politico.

«Una religione che non conduce il jihad», scrive, «non può essere istituita in nessun luogo né consolidarsi». Impaziente di contribuire alla resistenza afghana, trova un posto da insegnante all’università islamica di Islamabad, in Pakistan. Si trasferisce nel novembre 1981. Comincia la sua opera di reclutamento per la «carovana del jihad». Inventa il mito dei mujahedin afghani, guerrieri santi che combattono contro la modernità senz’anima in nome dell’Islam, un Islam non corrotto da materialismo e secolarismo. Viaggia molto per raccogliere fondi. A Jedda conosce Osama bin Laden, che ne rimane affascinato. Nel quartiere universitario di Peshawar inaugurano l’Ufficio servizi, una sorta di anagrafe per i giovani arabi che aspirano a combattere. Lo sceicco saudita contribuisce con i fondi. Abdallah Azzam con le idee. In particolare, quelle esposte ne La difesa delle terre islamiche, un trattato in cui sostiene il primato del jihad difensivo, il dovere individuale di espellere gli infedeli dalle terre musulmane.

Un dovere obbligatorio per chiunque, anche per chi risiede fuori dalle terre occupate. E che va adempiuto perfino senza l’autorizzazione delle autorità islamiche. Grazie al suo appello, dai Paesi arabo-musulmani partono molti giovani combattenti. Sono i primi foreign fighters. La prima ondata dell’internazionalismo jihadista. E la terza matrice storico-ideologica dello Stato islamico, insieme all’avanguardismo rivoluzionario post-qutbiano e al takfirismo politico, frutto dell’ibridazione tra le idee di Sayyid Qutb e l’esclusivismo dottrinale salafita.

 

[Foto in apertura di Afp / Getty Images]

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