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2 luglio 2017

Tre nuovi musei a Sarajevo contro i vuoti di memoria

Nella capitale della Bosnia-Erzegovina mancavano strutture dedicate agli anni della guerra. Quelle nate di recente sono private e sono gestite da chi all’epoca era bambino

Matteo Tacconi

Dal numero di pagina99 in edicola dal 30 giugno e in edizione digitale

Sarajevo. Da qualche mese Sarajevo ha due nuovi musei. Due musei di guerra. Quello di più recente inaugurazione è il War Childhood Museum. È attivo da gennaio e si concentra – lo si intuisce dal nome – su cosa significasse essere bambino mentre gli adulti si sparavano addosso. Nel luglio 2016 ha invece aperto i battenti il Museo dei crimini contro l’umanità e del genocidio, all’interno del quale vengono passate in rassegna le peggiori atrocità del conflitto, iniziato nella primavera del 1992 e conclusosi soltanto alla fine del 1995.

A pochi metri da questa struttura ce n’è un’altra, anch’essa entrata relativamente da poco nell’universo museale della città (2012), e anch’essa concentrata sui fatti di quegli anni bui. È la Galleria 11 luglio 1995. L’attenzione, qui, è tutta su Srebrenica, e ciò d’altronde è reso evidente dal riferimento alla data in cui si consumò quella strage, commessa dai militari serbo-bosniaci e costata la vita a 8.372 musulmani bosniaci.

Questi posti e il tema da e in essi indagato colmano un vuoto anomalo, considerata la natura di città martire di Sarajevo. Prima della loro apertura, infatti, nella capitale della Bosnia Erzegovina non c’erano strutture permanenti dedicate agli anni della guerra, a parte il tratto superstite del famoso tunnel che consentiva i rifornimenti durante l’assedio e un’ala del Museo storico della Bosnia Erzegovina. Ma entrambi cercano di intercettare la domanda di war tourism, tanto da porre in secondo piano l’aspetto della riflessione e della memoria.

La guerra, a ogni modo, non è l’unico elemento che crea superficie di contatto tra questi nuovi musei. Hanno in comune anche il fatto di essere strutture private, che non ricevono alcun sostegno dalle istituzioni del Paese. I loro fondatori, curatori e impiegati, inoltre, sono giovani. All’epoca degli assedi e dei massacri erano bambini, al massimo ragazzi. Suada Nozic, giovanissima direttrice del Museo dei crimini di guerra e del genocidio, interpreta l’impegno museale dei giovani secondo una chiave politica e generazionale.

«Questi musei andavano aperti molto prima, subito dopo la guerra. Ma la generazione che ci ha preceduto, quella che ha fatto la guerra, è condizionata dal peso politico del conflitto. Noi no. Credo sia questo il motivo che ci ha spinti a fondarli». Il peso politico della guerra evocato da Suada Nozic ha a che fare con il sistema istituzionale della Bosnia-Erzegovina e con il modo in cui viene elaborata la memoria. L’ordinamento impone a livello centrale la coabitazione tra partiti musulmani, croati e serbi, espressione non solo dei tre popoli principali del Paese, ma anche delle forze che si combatterono nel triennio di guerra.

Le loro memorie viaggiano su binari paralleli. I musulmani si vedono come le vittime di un piano fondato sul genocidio; i serbi giustificano la loro offensiva come reazione alla scelta di musulmani e croati di staccarsi dalla Jugoslavia; i croati faticano molto a fare i conti con la loro guerra ambigua (prima si allearono con i musulmani, poi tentarono di spartirsi il Paese con i serbo-bosniaci e infine si riallinearono con i musulmani). I partiti piegano ai loro interessi questo ginepraio emotivo quando si tratta di lubrificare il consenso, ma se ne tengono alla larga se ciò rischia di scardinare lo status quo istituzionale e le rendite che il “consociativismo” imposto alla fine garantisce.

«I nostri musei toccano temi sensibili, che possono incidere sugli equilibri politici. Ecco perché le istituzioni non vogliono sostenerli», spiega Anela Hakalovic, direttrice trentenne della Galleria 11 luglio 1995. Un modo per superare questo blocco ci sarebbe. «Servirebbe un grande processo governativo per la riconciliazione. Se ci fosse sarebbe più facile, per noi, ottenere sostegno economico dalle autorità». Ma non ci sono le condizioni per procedere su questa strada. Così la Galleria 11 luglio 1995 e gli altri “musei dei giovani” devono dipendere dalle donazioni dei privati e delle ambasciate.

Tante analogie, insomma. Eppure non mancano le differenze, specialmente nell’approccio alla guerra.La Galleria 11 luglio 1995 è fondata sull’impatto potente e documentale delle immagini del fotografo Tarik Samarah, e in effetti è più galleria che museo. Il Museo dei crimini di guerra e del genocidio mostra le brutalità della guerra in video e in foto, senza filtri. Ne usciamo con una strana sensazione. Da un lato, ha forse senso fare questa operazione; dall’altro, c’è una sorta di atmosfera da war tourism che ne pervade gli spazi e alla fine sminuisce un po’ lo sforzo di ricordare, tra le altre cose, che la guerra in Bosnia Erzegovina riportò i campi di concentramento sul suolo europeo.

Probabilmente il taglio più interessante è quello del War Childhood Museum, che Jasminko Halilovic – non ha ancora trent’anni – ha voluto fondare dopo il successo di un libro collettivo, da lui curato, sui bambini della Sarajevo assediata. Qui la guerra proprio non si vede. Tutto ruota intorno agli oggetti. Un cappellino, un mangianastri, delle scarpette da danza, la confezione di un gelato. Tutti apparentemente anonimi. Ma ognuno di questi stessi oggetti, appartenuti a chi fu bambino al tempo della guerra, nasconde una storia significativa, narrata con brevi testi dalle stesse persone che li possedevano.

La morte di un amichetto, una privazione, un momento di fantasia, una gioia, una tentazione. «Queste storie danno un valore inestimabile a questi oggetti. Il nostro museo serve a raccoglierli, a evitare che tutto vada perso», riferisce Amina Krvavac, direttrice del War Childhood Museum. E per concludere tiene a sottolineare che non c’è alcun effetto strappalacrime: «I bambini furono vittime, certo. Ma noi vogliamo soffermarci sulla loro creatività, sulla loro capacità di adattamento. Sul fatto insomma che anche in quelle difficili condizioni furono soggetti attivi della società».

[Foto in apertura di Dado Ruvic / Reuters / Contrasto]

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