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1 luglio 2017

La sinistra americana? Sotto l’antiTrumpismo, niente

L’eredità di Obama e Clinton è un partito senza leader né idee. I democratici non sanno più cosa dire su lavoro, salari, globalizzazione

Angelo Paura

New York. Il 20 giugno Jon Ossoff sarebbe potuto entrare nella storia come il primo eroe della rinascita del nuovo Partito democratico americano: trentenne di bella presenza, moderato, con una vittoria avrebbe ridato una direzione, almeno simbolica, a un partito sempre più confuso. E invece Ossoff non è riuscito a prendere il potere in un distretto – quello dei sobborghi a nord di Atlanta, in Georgia – tra i più conservatori degli Stati Uniti e nelle mani dei repubblicani dal 1979, quasi quarant’anni.

Ci ha provato con una campagna elettorale centrista, tiepida su diverse tematiche di sinistra, nella speranza di poter strappare al partito repubblicano elettori stufi di Donald Trump. E in parte c’è riuscito. Ma il punto non è questo. Nonostante Ossoff e tutti gli altri candidati democratici alle elezioni speciali abbiano perso di poco, guadagnando migliaia di voti con una impresa che non si vedeva da anni, la sconfitta rappresenta un nuovo allarme per i democratici, che continuano a vivere un periodo di coma post-Clinton, senza leader e senza una strategia chiara.

«Credo che il partito democratico abbia bisogno di una nuova piattaforma, che serva una nuova leadership e una nuova generazione politica a livello presidenziale, non necessariamente a livello del Congresso. La sinistra, la piattaforma di Sanders è importante ma anche pericolosa. I democratici hanno bisogno di prendere i distretti dove Sanders non è popolare», dice a pagina99 Elaine Kamarck, a capo del Center for Effective Public Management della Brookings Institution. Per questo motivo il dibattito interno è concentrato su quale strada prendere in vista delle elezioni di midterm del 2018 e poi delle presidenziali del 2020.

Per ora prevale la confusione e la Resistance, «un movimento senza leader e forte, diventato il vero motore del potere nel partito democratico» scrive Franklin Foer nella feature story del numero estivo dell’Atlantic. Foer, ex direttore del magazine liberal New Republic, sostiene che i dem per salvarsi devono «prima salvare il capitalismo» e riprendere i voti dalla base di operai bianchi che hanno fatto vincere Trump. Non è certo un compito semplice: devono infatti dimostrare di non essere il partito che vuole conservare lo status quo e che sta dalla parte del potere economico senza criticarlo.

Ma in questo momento la vera necessità è quella di trovare proposte forti, invece di continuare la battaglia contro Trump. «Tutto quello che serve ai democratici è una grande e nuova agenda. Trump si distrugge da solo. E i democratici non possono fare molto per aiutarlo», mi dice Kamarck. Anzi, continuando a concentrarsi solo su Trump, il partito rischia di fare la fine del centrosinistra italiano, che è stato travolto dell’effetto Berlusconi. Il partito democratico sta infatti sprecando troppo tempo ed energie ad attaccare il Presidente, senza investire abbastanza risorse in idee e programmi.

Non è una tesi strampalata. Chris Murphy, senatore dem appena emerso nella grande confusione, sostiene che il partito si sia fatto distrarre dalle indagini sui rapporti tra la campagna elettorale di Trump e i servizi segreti russi e che debba tornare a lavorare per riconquistare il territorio e gli elettori. Altrimenti, quando Trump esaurirà la sua spinta e il patto faustiano con l’élite repubblicana cesserà, i democratici rischiano di non aver molto da dire.

Come fa notare The Nation, è anche vero che Trump è il più grande elemento di mobilitazione per i democratici e il centro-sinistra americano. Ma questo, continua il magazine liberal, non deve distogliere il partito dal trovare candidati forti e in grado di vincere nei feudi repubblicani. I tempi? Molto stretti. Ma si ritorna sempre al problema di partenza: la mancanza di un leader e di un indirizzo unitario, visto che Hillary Clinton e Barack Obama ormai rappresentano il passato.

«L’eredità di Obama continua a essere molto importante ma il suo più grande fallimento è stato quello di lasciare il partito democratico fermo e farlo morire a livello statale», continua Kamarck, che mi conferma come all’interno del partito l’influenza e l’importanza di Obama sia ormai marginale. Anche Dan Balz sul Washington Post sostiene che per ora «l’unico messaggio percepibile sia l’opposizione al presidente Trump». Questo approccio «potrebbe essere abbastanza per superare le elezioni di midterm dell’anno prossimo, anche se alcuni astuti politici democratici al Congresso ne dubitano. Quello che serve è un messaggio che attragga elettori oltre a quelli degli Stati a maggioranza democratica».

In realtà, spiega a pagina99 Molly Reynolds della Brookings Institution, sul breve termine le posizioni anti-Trump potrebbero anche dare risultati, almeno in alcuni distretti. «Ci sono luoghi dove i democratici potrebbero solo guadagnarci enfatizzando il messaggio anti-Trump e altri dove hanno bisogno di un messaggio più chiaro che spieghi quello che vogliono fare una volta eletti».

Nelle ultime settimane anche Tim Ryan, il deputato democratico dell’Ohio che aveva cercato di strappare la leadership della Camera a Nancy Pelosi, è tornato ad attaccare le scelte del partito. In una intervista al New York Times ha detto: «Parlano con una persona nera del diritto al voto, con una persona scura di immigrazione, con un gay dei diritti dei gay, con una donna di aborto e avanti così, dividendo in fette l’elettorato.

Ma dimenticano che prima e soprattutto le persone devono pagare i mutui e avere una assistenza sanitaria conveniente». Anche per lui il partito dovrebbe smetterla di preoccuparsi della Russia e di Trump e iniziare a parlare di globalizzazione, automazione del lavoro e immobilità dei salari. Temi che potrebbero spingere troppo a sinistra il partito, ma che, se ignorati, possono diventare ancora una volta l’arma vincente di Trump e dei repubblicani.

[Foto in apertura di Joe Raedle / Getty Images]

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