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30 giugno 2017

Quei 187 espulsi di cui nessuno parla

Il modello Alfano-Minniti si basa su rimpatri immediati senza processo. Ma cosa succede con le famiglie che restano in Italia? E nei Paesi d’origine? Le falle della strategia

Gabriella Colarusso

All’alba del 9 giugno, El Mehdi Ghouiza, un ragazzo marocchino di 28 anni che dal 2001 viveva a Città di Castello, in provincia di Perugia, è stato caricato su un aereo all’aeroporto di Bologna e scortato da agenti della polizia di Stato fino a Casablanca. Ghouiza aveva precedenti per minacce, furto, resistenza a pubblico ufficiale che gli erano costati un periodo in libertà vigilata. Gli investigatori della Digos gli stavano col fiato sul collo e quando l’8 giugno l’hanno rintracciato ci sono volute poche ore perché la sua richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno fosse respinta: rimpatriato con l’accusa di gravitare «in ambienti dell’estremismo religioso» e per motivi di «pericolosità sociale».

Il suo destino, del resto, era già segnato. L’aveva scritto lui stesso. Da almeno un anno, El Mehdi aveva preso a postare messaggi che gli inquirenti definiscono «farneticanti» sui suoi profili social, visibili a tutti: accuse ai Clinton, all’Occidente, agli «assassini dell’Europa» scritte in un italiano stentato e accompagnate da cuoricini ed emoticon. L’anno scorso uno dei suoi fratelli è morto precipitando dall’impalcatura di un cantiere edile, e da allora i post si sono fatti più frequenti. Il primo giugno, poco prima dell’espulsione, scriveva: «Al principe hassan III del marocco possa darmi tutti i soldi del mondo ma non fanno ritornare il mio fratello questo è ultimo mese per la corsa dell’europa tutto questo vale una preghera di dio del 12 :32 è pronto il viaggio del jehadesta fine del film (seguono tre cuori, ndr)».

La storia di El Mehdi è simile a quella di altri cittadini stranieri espulsi dall’Italia negli ultimi anni: persone che vivevano da tempo nel nostro Paese, spesso con un passato di criminalità comune alle spalle, avvicinatisi alla propaganda jihadista via Internet e rimpatriati con l’accusa di essere un pericolo per la sicurezza nazionale.
Dal 2015 a oggi, sono 187 gli espulsi dall’Italia, 66 nel 2016 e 55 solo nei primi cinque mesi di quest’anno, un incremento di quasi il 50%. La maggior parte vengono dal Maghreb, fa sapere il Viminale – Marocco e Tunisia soprattutto – e dai Balcani – Macedonia, Kosovo, Albania – ma ci sono anche cittadini pakistani, iraniani, siriani, indiani, afghani, algerini ed egiziani.

L’Italia finora è stata un’eccezione: dei 51 attacchi terroristici compiuti in Europa e negli Stati Uniti dal 2014 a oggi nessuno ha toccato il nostro Paese. Il livello di allerta resta alto, il rischio c’è, e il sistema di sicurezza non è al riparo da falle ed errori. Anis Amri, per dire, il tunisino autore della strage al mercato di Natale a Berlino, si era radicalizzato in Italia. Youssef Zaghba, uno degli stragisti del London Bridge, era cittadino italiano. Ma l’esperienza maturata con il terrorismo interno e la criminalità organizzata ha fatto dell’antiterrorismo italiano un modello a cui altri Paesi guardano con attenzione: un buon livello di coordinamento tra forze dell’ordine, intelligence, polizia giudiziaria, istituzioni; una buona capacità di presidio del territorio, l’uso estensivo delle intercettazioni e di agenti sotto copertura…

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[Foto in apertura di Giulio Piscitelli / Contrasto]

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