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27 giugno 2017

Putin guida la crociata anti-gay

Populisti e governi autoritari in cerca di consensi: l’opposizione alle politiche Lgbt non è mai stata così forte. E Mosca fa da capofila

samuele cafasso

Molti ricorderanno il 2016 come un anno da incorniciare per il movimento Lgbt italiano, che ha infine ottenuto una prima legge sulle unioni civili. Tuttavia, è stato anche l’anno in cui più spesso i politici si sono scagliati contro le persone gay, lesbiche, transessuali e bisessuali. Secondo un report di Arcigay basato sul monitoraggio dei principali media, da maggio del 2016 a maggio del 2017 ci sono stati almeno 61 casi di “omofobia istituzionalizzata”, ovvero che riguarda amministratori, politici, figure pubbliche.

Si va dai sindaci leghisti che non celebrano le unioni civili alle accuse di “indottrinamento” rivolte alle scuole che introducono il tema dell’omosessualità per prevenire i rischi di bullismo. L’Italia non è un caso isolato: se è vero che il movimento Lgbt è stato definito il “più veloce” per la sua capacità di ottenere in breve tempo leggi a tutela dei diritti civili, altrettanto veloce e potente è stata l’opposizione scatenata.

Lo scorso maggio, Foreign Affairs ha dedicato al tema un lungo articolo intitolato, The global backlash against gay rights(letteralmente: il contraccolpo globale contro i diritti dei gay). Non è solo il fatto che il movimento crea una reazione: nella sua versione peggiore l’omofobia è uno strumento di consenso di regimi autoritari. «Fanno quello che per secoli è stato fatto contro ebrei, eretici, minoranze etniche: addossare ogni colpa su minoranze disprezzate è un modo per consolidare il potere, per giustificare politiche conservatrici e per distrarre da altri temi».

Centrale è il ruolo della Russia di Vladimir Putin: il presidente non è intervenuto per fermare le purghe contro i gay ceceni di cui si ha notizia da due mesi ma, soprattutto, è il padre morale di una legge del 2013 “contro la propaganda gay” che ha causato l’arresto di alcuni attivisti Lgbt a Mosca l’11 maggio, recatisi nella capitale russa per consegnare le firme contro la persecuzione cecena. Uno di questi è il radicale italiano (associazione Certi Diritti) Yuri Guaiana, rilasciato dopo poche ore: «La Russia ha un ruolo centrale di guida, è il Paese che sta utilizzando l’opposizione al movimento Lgbt per scardinare il concetto di universalità dei diritti umani».

Guaiana si riferisce a un documento voluto dalla Russia e votato in sede Onu nel 2012, nonostante l’opposizione di Stati Uniti ed Europa, che si pone l’obiettivo di «promuovere i diritti umani attraverso una migliore comprensione delle tradizioni nazionali». La Russia si è posta così a capo di quegli Stati che intendono i diritti Lgbt come degenerazione occidentale, ma significativamente anche come riferimento di tutti i movimenti e partiti occidentali che fanno della tradizione cristiana una bandiera identitaria.

Fortissimi sono i legami con Manif Pour Tous, l’associazione francese che ha portato avanti la battaglia contro il matrimonio egualitario e il cui simbolo è stato di “ispirazione” per il partito di Putin, che ne ha adottato per le sue iniziative sulla famiglia uno simile. Ha radici russe, soprattutto, il World of Congress Families, un’associazione americana fondata nel 1997 da Allan Carlson con il contributo di due sociologi russi, Anatoly Antonov e Victor Medkov, convinti che alla base del declino demografico del loro Paese stesse l’influenza occidentale.

Da allora il World of Congress Families è diventato un punto di riferimento per i gruppi radicali americani che si oppongono al matrimonio egualitario e in molti Paesi dell’est europeo: l’ultimo appuntamento si è svolto a maggio nell’Ungheria di Vicktor Orbán, parimenti duro nell’additare profughi e omosessuali come “rovina” del suo Paese.

Uno dei funzionari di Wcf, il russo Alexey Komov, è stato ospite diverse volte in Italia della Lega Nord e di gruppi oltranzisti cattolici, come ProVita. Negli Stati Uniti, l’associazione può contare soprattutto sul supporto del mondo evangelico più tradizionalista che, con il vicepresidente Michael Pence, è arrivato fino alla Casa Bianca.

E se è vero che finora le misure più contestate approvate dall’amministrazione Trump riguardano i migranti e non le persone Lgbt, la piattaforma che l’ha portato a vincere le elezioni è stata definita dai gay repubblicani “la più anti-Lgbt” di sempre: prevede il rovesciamento della sentenza della Corte suprema sul matrimonio egualitario e l’approvazione di un emendamento che consente la discriminazione di gay e lesbiche da parte di associazioni e singoli individui sulla base delle proprie convinzioni religiose.

Ma è soprattutto nei Paesi arabi e in Africa che il movimento anti-Lgbt sta assumendo forme sempre più allarmanti. Foreign Affairs parla di preemptive strikes, ovvero di una strategia di soffocamento e criminalizzazione della comunità Lgbt prima ancora che questa si manifesti. Tra il 2009 e oggi hanno approvato leggi per la criminalizzazione dell’omosessualità particolarmente restrittive Uganda, Gambia, Liberia e Nigeria.

In Turchia, Paese con una forte comunità omosessuale, la repressione si è fatta sentire pesantemente con la svolta autoritaria di Erdogan, e la tragica morte di Hande Kader nell’agosto 2016 è considerata il simbolo di una nuova, difficile stagione: icona transessuale del Pride 2015, quando fu immortalata mentre veniva strattonata dalla polizia, è stata trovata uccisa e bruciata a un lato della strada, senza che sia stato individuato il colpevole.

In Egitto, un Paese dove per anni l’omosessualità è stata tollerata, secondo il New York Times sono almeno 250 gli arresti di persone omosessuali sotto il regime di al Sisi, incarcerati grazie a una legge del 1961 contro “prostituzione e dissolutezza”. Ma è dal Marocco che arriva la storia più significativa di come omofobia e consenso politico si intreccino: nei giorni scorsi la stampa ha fatto trapelare la notizia per cui il leader della protesta che sta incendiando il nord del Paese, Nasser Zefzafi, una volta incarcerato sarebbe stato collocato nell’area della prigione dedicata alle persone omosessuali. Un modo per screditarlo politicamente.

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