Seguici anche su

27 giugno 2017

Esiste una sola Ue ed è franco-tedesca

L’asse Parigi-Berlino è più solido che mai. L’Italia per contare ha solo una chance: essere credibile e propositiva. Come sull’immigrazione

Mario Giro

Un’Italia alla francese o alla tedesca? L’interrogativo è sbagliato e senza prospettive. Chi lo pone, chi si schiera per l’una o per l’altra, non ha la minima idea di quali siano le reali relazioni franco-tedesche. Da tempo in Europa non esiste più una gara tra i due ma una stretta collaborazione.

Nei ministeri di entrambi lavorano funzionari, anche di livello, provenienti dall’altro Paese: sono le cellule franco-tedesche e si trovano a tutti i gradi delle reciproche amministrazioni. Vengono regolarmente fatti Consigli dei ministri congiunti (e non semplici vertici). Molti politici francesi ormai parlano tedesco, incluso l’attuale primo ministro: è diventata per loro una lingua di lavoro, come già il francese per i tedeschi.

 

Gomito a gomito

Al di là di ogni retorica nazionalista, a Parigi le cose sono cambiate da anni ormai. Tradizionalmente restavano alcuni dossier esclusivi, come ad esempio la politica africana per la Francia. Ma nemmeno ciò è più vero: in quest’ultimo periodo la Germania ha inviato soldati nel Mali su richiesta francese, mentre noi abbiamo declinato. La cancelliera Merkel ha fatto molte visite nell’Africa saheliana e occidentale, dopo che i ministri degli Esteri francese e tedesco avevano compiuto missioni congiunte.

La coppia franco-tedesca è solida e si muove di conserva sui maggiori temi europei ed internazionali. Quando tra i due emerge un dissidio in Consiglio europeo, viene trattato a parte e a quattr’occhi, poi si torna con una posizione comune. Recentemente è accaduto sulla questione Acp (Africa Caraibi Pacifico): i tedeschi – con l’appoggio olandese – volevano disfare il sistema di dialogo e finanziamento che esiste dagli anni Sessanta. Ma Parigi resisteva con l’appoggio nostro e della Spagna: non sarebbe bastato se i due non si fossero messi d’accordo in aparté.

 

Tanto rumore per nulla

Si può parlare di concorrenza franco-tedesca solo nel campo del settore privato (le imprese) ma anche qui i due governi stanno sempre ben attenti a non far salire mai la tensione oltre un certo limite. Chi ha un po’ di esperienza di vicende europee sa che le cose stanno così anche quando i media calcano la mano o si attardano su presunti dissidi: per far notizia ci vuole sempre un po’ di polemica, magari fake…

Di conseguenza l’Italia è perfettamente al corrente che quando tratta con uno dei due, sta trattando un po’ anche con l’altro. In questo la coppia franco-tedesca dell’Unione è molto più avanti degli altri Stati-membri: i due hanno una reale relazione preferenziale, imprescindibile.

 

Il ruolo dell’Italia

L’Italia ne tiene conto. Rammentiamo bene quando, a metà degli anni Novanta, la coppia franco-tedesca volle l’accordo intergovernativo di Schengen sulla libera circolazione interna, tenendo fuori l’Italia. Già allora i due dicevano che le nostre frontiere non erano sicure a causa delle migrazioni. Oppure quando, ancora prima, la Francia di Giscard inventò il G5 con l’accordo dell’allora Germania ovest, da cui eravamo stati esclusi: solo l’appoggio americano ci permise di entrare. O infine, il momento dell’entrata in vigore dell’euro, al quale Francia e Germania non volevano aderissimo, almeno non subito.

Gli esempi sono molti (ricordate il sorrisetto?) e dipendono tutti dalla reputazione che il nostro Paese riesce a costruirsi con “entrambi” i due partner. Quando si tratta di cose europee, solo loro due possono escluderci o includerci, nessun altro conta realmente. E la decisione la prendono assieme. Ciò che vale per l’Italia vale anche per gli altri stati membri. Solo che per noi il discorso è più sentito: in realtà Parigi e Berlino tengono alla nostra partecipazione ma spesso non sanno come prenderci. Sanno che una qualunque Italexit sarebbe deleteria per tutta l’Unione: siamo too big too fail.

 

Mancano interlocutori durevoli

Una delle cose che manca loro (più ai tedeschi, in genere) sono interlocutori durevoli. Da una parte cambiano troppo spesso (l’instabilità italiana è più questo che altro); dall’altra non esistono più le reti internazionali di partito, che facevano sì che i politici si conoscessero da giovani. All’epoca della prima repubblica le Dc tedesca e italiana erano in continua relazione; e così – almeno da un certo momento in poi – era tra Spd e i partiti della sinistra italiana. De Gaulle stesso stimava alcuni leader democristiani, tra cui Fanfani; l’Udf francese aveva le sue relazioni stabili in Italia e ancora più recentemente il MoDem di Bayrou, ora ministro della Giustizia. Tra il Ps francese e il nostro Psi c’era un vero idillio: basta rammentare la relazione Mitterrand-Craxi.

A un certo punto – con la cosiddetta seconda Repubblica – tutto è cambiato e non è stato più possibile ricreare dei legami così forti. Questo ha provocato ansia e continui interrogativi sia a Berlino che a Parigi. In politica i rapporti personali non sono un optional: sono indispensabili perché determinano la qualità di una relazione e il superamento degli stereotipi.

 

Restare agganciati

Oggi come ieri la nostra opzione è solo una: restare agganciati alla coppia franco-tedesca e fare tutto il possibile per agire in maniera propositiva. Per riuscirvi con successo occorre farsi conoscere, spiegarsi, relazionarsi continuamente. Non esistono scorciatoie. Ci fu qualcuno che in passato immaginò un ipotetico riequilibrio parlando di una contro-coppia italo-britannica. Ma si trattava di una mera illusione. Nemmeno un accordo con la Spagna (ricordate l’introduzione dell’euro?) è utile a tale scopo.

La relazione con Madrid ha un senso solo per ciò che concerne i rapporti con l’America Latina. Allo stesso modo è auspicabile un discorso bilaterale con la Francia sulle questioni africane, anche se ormai la Germania è sempre più coinvolta. Il Piano Marshall per il continente nero è stato presentato dal ministro della Cooperazione tedesco, Gerd Muller, e al G20 se ne parlerà diffusamente.

 

Il motore d’Europa

Non esiste dunque nessuna possibilità di separare la coppia o di considerarla un orpello. Non c’è nemmeno da augurarselo: se ci fosse divorzio tra i due, sarebbe la fine dell’Unione europea. L’Italia deve dare prova della sua stabilità e serietà, senza tuttavia assumere un atteggiamento remissivo: c’è bisogno di dinamiche innovative a Bruxelles e questo lo sanno anche i franco-tedeschi.

La cronaca recente del dibattito europeo a proposito della questione migratoria lo dimostra: l’Italia se ne è fatta carico all’inizio da sola. Solo dopo aver convinto progressivamente la coppia franco-tedesca, le cose hanno iniziato a muoversi. Ora l’Unione porta avanti una politica sulle migrazioni disegnata sostanzialmente a Roma.  Germania e Francia rappresentano il motore d’Europa: quella che Limes chiamò Framania. Con Macron la coppia franco-tedesca accelererà certamente il ritmo dell’integrazione europea. A noi l’opportunità e la necessità di stargli dietro senza farsi staccare.
* Mario Giro è viceministro  degli Affari Esteri

Altri articoli che potrebbero interessarti