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26 giugno 2017

L’Isis attacca Teheran per colpire al-Qaeda

Con gli attentati del 7 giugno il Califfo al-Baghdadi ha voluto punire il nemico numero uno. Ma anche smascherare il gruppo di al-Zawahiri

Giuliano Battiston

Per il leader supremo, l’ayatollah Khamenei, si è trattato di semplici «petardi». Per il presidente del Parlamento, Ali Larijani, di «una questione minore, secondaria». La leadership della Repubblica islamica d’Iran punta a derubricare gli attentati che il 7 giugno hanno provocato 13 morti a Teheran come un episodio marginale.

Dietro, c’è la volontà di mantenere l’immagine costruita da anni in chiave domestica e internazionale: quella di un regime che, pur negando libertà e diritti ai suoi cittadini, assicura loro sicurezza e stabilità. “Un’isola di stabilità” in una regione attraversata da conflitti, un Paese stabile minacciato da barbuti armati fino ai denti lungo i confini orientali, in Pakistan e Afghanistan, e lungo quello occidentale, in Iraq e parzialmente in Turchia.

Gli attentati del 7 giugno ci raccontano però una storia diversa. Segnano un punto di rottura: la fine dell’eccezione iraniana. E minacciano proprio quello strano esperimento di ingegneria istituzionale e politica che è la Repubblica islamica forgiata alla fine degli anni Settanta, quando gli islamisti “sequestrano” la rivoluzione che aveva deposto lo shah Reza Pahlavi e monopolizzano il potere.

Che oggi la minaccia alla teocrazia iraniana provenga proprio dallo Stato islamico – che ha sempre fatto del settarismo confessionale anti-sciita un fattore strategico centrale – non stupisce. E non stupisce che nella più recente pubblicistica del gruppo di Abu Bakr al-Baghdadi le minacce siano rivolte all’ayatollah Khamenei. Insieme autorità religiosa e politica, combina nel mondo sciita quelle stesse prerogative che al-Baghdadi avoca a sé, come Califfo del mondo sunnita.

In un video di propaganda, gli uomini del Califfo si rivolgono a lui: «Oh Khamenei, maledetto, tu che hai nelle sporche mani il controllo del regime idolatro cosiddetto islamico, stai sicuro che presto distruggeremo la tua casa». Così è avvenuto, colpendo il simbolo della rivoluzione, il mausoleo dell’ayatollah Khomeini, predecessore di Khamenei, e allo stesso tempo il simbolo della Repubblica, il Parlamento…

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[Foto in apertura di Reuters / Contrasto]

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