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25 giugno 2017

Sii radicale, piacerai ai giovani

Da noi 5 Stelle e Lega. All’estero Sanders, Mélenchon e Le Pen, Corbyn... Ormai è chiaro: per sedurre le nuove generazioni è necessario essere “estremi”

Flavia Guidi

È ormai un vecchio adagio entrato nell’opinione comune. I giovani non hanno chiare e precise preferenze politiche, sono apatici, sono sempre più distanti dalla politica. Mentre i partiti di massa risultano incapaci di coinvolgere la loro generazione, disabituata a votare e lontana dalle istituzioni e dalle classiche categorie di destra e sinistra. Certo, in parte è vero. E si tratta di una tendenza diffusa in Italia così come in tutte le democrazie occidentali. Ma lo scenario è più complesso di quel che potrebbe apparentemente sembrare.

Prendiamo per esempio il caso italiano. E in particolare la proposta di legge, depositata lo scorso marzo dal Movimento 5 Stelle alla Camera, che ufficializzava una posizione che il partito di Grillo sostiene già da tempo: estendere il diritto di voto ai 16enni. La proposta è figlia di un preciso calcolo politico. Fra le preferenze dei giovani infatti da qualche anno il Movimento 5 Stelle appare il vincitore indiscusso, seguito dalla Lega Nord. In uno scenario in cui tre forze politiche si spartiscono in modo eguale la quasi totalità dei voti, mobilitare i giovani appare perciò un’operazione fondamentale. Seppur non semplicissima.

Come spiega Nicola Maggini, ricercatore di scienza della politica all’Università di Firenze e autore del libro Young People’s Voting Behaviour in Europe (Palgrave Macmillan, 2017), a determinare il voto dei giovani intervengono due componenti. «Uno è l’effetto età, ovvero la mera età anagrafica che incide sulle proprie scelte; l’altro è l’effetto generazione, quindi il fatto di essere giovane e formarsi politicamente in un determinato contesto storico», dice Maggini a pagina99.

Se quindi la generazione che era giovane durante gli anni Sessanta e Settanta è tutt’oggi incline ad avere un’idea politica strutturata e determinata, per le persone cresciute negli anni Novanta e Duemila, in un’epoca di radicata “depoliticizzazione”, partecipare alla vita politica è più difficile, e questo spiega il vasto astensionismo.

Eppure c’è un’altra faccia della medaglia, che rende questa narrativa corretta solo in parte. Le ultime elezioni ci insegnano infatti che i giovani si recano alle urne, anche in massa, nel caso in cui si presenti un candidato capace di coinvolgerli. Questo presenta tassativamente determinate caratteristiche. «I giovani tendono sempre, per loro natura, a essere attratti da candidati estremi. Candidati con piattaforme e profili forti e ben riconoscibili», continua Maggini.

Non a caso, in Italia, l’ultima volta che si è registrata una larga partecipazione dei giovani è stato in occasione delle Europee del 2014, quando Matteo Renzi si presentava con il brand riconoscibile di rottamatore e riscuoteva i risultati della novità che incarnava.  Ma tutte le elezioni recenti confermano questa tendenza. Nel Regno Unito, con un programma riconducibile alla sinistra laburista degli anni Settanta, privo quindi di effetto novità ma forte di una sua chiarezza, Jeremy Corbyn è riuscito a portare alle urne un numero di giovani che trova pochi precedenti nella storia inglese, e che in massa lo ha scelto.

Quanto avvenuto in quell’occasione è anche il risultato di quello che Maggini definisce un «collettive learning» o, in altre parole, la conseguenza della lezione impartita in occasione della consultazione per la Brexit.  In quel caso, il voto per il Remain era stato preponderante tra i giovani, fatto che aveva dato adito ad analisi che raffiguravano un Paese diviso nettamente per età anagrafica. Poco dopo però era emerso un problema: i giovani che avevano votato avevano sì optato in massa per il Remain, ma la stragrande maggioranza di loro non si era recata alle urne – lasciando la scelta in mano agli over 65. In occasione delle ultime elezioni, invece, seppur incapaci di portare Corbyn alla vittoria, sono riusciti a influenzarne in modo determinante il risultato.

Esattamente quello che non è avvenuto negli Stati Uniti, quando Hillary Clinton si era dimostrata incapace di far breccia su quella fascia anagrafica. Nonostante anche in quel caso i giovani si fossero espressi in maniera maggioritaria a suo favore, la candidata democratica, con il suo profilo moderato e centrista, non era riuscita a ottenere una mobilitazione giovanile di massa. A lei, i millenial preferivano nettamente Bernie Sanders.

Ma il successo di personaggi come Corbyn e Sanders, marcatamente di sinistra, non ci dice tutto del comportamento dei giovani alle urne. Nel caso delle elezioni francesi, caratterizzate dalla vastissima astensione, Macron ha sì conquistato la maggioranza al secondo turno, ma non era il candidato con il profilo più giovanile. Come dimostrato durante le primarie, i giovani preferivano in prima istanza Jean-Luc Mélanchon, seguito subito dopo da Marine Le Pen: due candidati, seppur posizionati agli estremi opposti dello spettro politico, accomunati da idee radicali.

In uno scenario in cui tutte le parti politiche in gioco sembrano sacrificare prese di posizione nette per conquistare un elettorato il più trasversale possibile, al di là della destra e della sinistra, i giovani dimostrano di premiare posizioni chiare e radicali.  Con una precisazione fondamentale: la storia recente ci insegna che dove la politica funziona, populismi e destre estreme hanno meno possibilità di affermarsi. Per il resto, giustificare l’astensione dei giovani con il fatto che sono irreversibilmente disinteressati alla politica è soltanto un vecchio adagio.

[Foto in apertura di Christopher Furlong / Getty Images]

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