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25 giugno 2017

Se la sinistra liberale non sa parlare agli esclusi

La crisi del modello democratico occidentale nasce dal neoliberismo degli anni ’70 e ’80. Che favorisce pochi a scapito della maggioranza

Enrico Pedemonte

Nell’ultimo anno nel mondo occidentale sono accadute diverse cose inattese. Il 24 giugno scorso i cittadini britannici hanno votato a favore della Brexit, poi, a novembre, Donald Trump ha vinto le elezioni. Più recentemente il leader laburista Jeremy Corbyn ha registrato un successo che nessuno aveva previsto alle elezioni indette dal primo ministro Theresa May, convinta di una vittoria a valanga dei conservatori; e un giovane outsider, Emmanuel Macron, ha ottenuto la maggioranza assoluta nel parlamento di Parigi in un’elezione che ha visto la quasi estinzione del partito socialista. L’elemento che lega questi quattro avvenimenti è l’imprevedibilità.

I cosiddetti esperti consideravano Trump nulla più che un fastidioso ostacolo per Hillary Clinton nella corsa alla casa Bianca; il referendum sulla Brexit era stato indetto nella certezza che l’appartenenza del Regno Unito all’Unione europea non fosse in discussione; Emmanuel Macron è stato a lungo considerato solo un giovane di belle speranze; quanto a Corbyn, negli ultimi mesi gli analisti si sono affannati a descrivere la sua nomina alla guida del Labour come la ricetta sicura per la fine del partito storico della sinistra britannica: Corbyn il veterocomunista schierato a favore della sanità pubblica e della scuola gratuita, l’idealista che predica reti di protezione sociale per i ceti meno abbienti e chiede tasse più alte ai ricchi.

Più tasse? Quando mai si è sentito, negli ultimi quarant’anni, un uomo politico con ambizioni di successo predicare un aumento delle imposte? Gli analisti che hanno fatto a pezzi Corbyn non hanno spiegato perché i giovani britannici abbiano votato in massa per lui, né perché gli iscritti al partito, nell’era della disaffezione alla politica, siano cresciuti di mezzo milione; e neppure hanno scritto che il successo del leader è stato possibile grazie a decine di migliaia di giovani militanti che hanno girato casa per casa a convincere gli elettori.

Per chiudere il cerchio di questa introduzione, è bene ricordare che sull’altra sponda dell’Atlantico il radicale Bernie Sanders, che alle primarie del 2016 aveva combattuto come un leone contro Hillary Clinton, continua a essere uno dei politici più amati dai democratici. Come Corbyn, Sanders basa la sua battaglia politica sulla lotta alle diseguaglianze e si definisce «socialista», un aggettivo che i politici americani, almeno fino a ieri, hanno sempre evitato con molta cura per non essere considerati degli inaffidabili sognatori. Che cosa sta succedendo?

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[Foto in apertura di Al Drago / The New York Times]

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