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23 giugno 2017

Salento, una soluzione “favolosa” per salvare gli ulivi da Xylella

Il batterio ha decimato ettari di oliveti. Un’alternativa ci sarebbe: impiantare specie non autoctone. Ma mancano i fondi. E dall’Ue non è ancora arrivato l’ok

Stefano Fasano

Lecce. Avere degli ulivi nel Salento e parlare di Xylella equivale a invocare il nome di Satana in una chiesa. Una di cui conosci l’esistenza e con cui un giorno o l’altro potresti avere a che fare, ma da cui speri di venire graziato, nonostante il peccato mortale sia dietro l’angolo e la catastrofe vicina. Ma quanto vieni colpito, non hai scampo. «Xylella? E ce t’aggiu dire (che ti devo dire, ndr)? Non è cambiato niente… Anzi, va sempre peggio».

Giovanni Miglietta è uno delle migliaia di olivicoltori della provincia di Lecce colpiti dal microscopico flagello. Cinquantuno anni, un sorriso rassegnato, a tratti ironico, riesce a descrivere la situazione delle sue campagne con un solo sguardo. «Qui a Trepuzzi (in provincia di Lecce, nda) l’infezione è arrivata tre anni fa, e poi da lì è andato tutto…», completa la frase con un eloquente gesto della mano, «…in cavalleria, diciamo».

Identificata nel Salento per la prima volta nel 2013, la Xylella fastidiosa è un batterio che attacca il tessuto vegetale adibito al trasporto della linfa (lo xilema) delle foglie della pianta di ulivo, e si riproduce nei vasi dell’albero fino a riempirli e a non consentire più il passaggio della linfa. Il risultato è la morte di tutto quello che c’è al di là dello sbarramento: parte dalle foglie, poi passa ai rami, fino a far seccare tutta la pianta. Trasmesso da un piccolissimo insetto vettore della famiglia delle Aphrophoridae, la cosiddetta sputacchina, comunissima nelle campagne salentine, il batterio necessita anche meno di uno anno per completare l’opera di disseccamento dell’albero dalla comparsa delle prime bruscature sui rami. La morte dell’ulivo è inevitabile.

File di scheletri

Il contagio ormai non è una questione evidente solo ad agronomi e coltivatori: basta muoversi nel territorio salentino, soprattutto nell’area a nord di Lecce e nei pressi di Gallipoli, per ritrovarsi a camminare tra file di centinaia di scheletri lignei, su cui è spesso possibile vedere in bella mostra le targhette numerate che la regione Puglia ha distribuito qualche anno fa ai coltivatori per distinguere le piante secolari o millenarie.

Il batterio non fa prigionieri, e non ha riguardi per quelle che possono effettivamente essere considerate delle vere e proprie opere d’arte naturali. La perdita di produttività, fino a questo momento, è del 20-30% quando va bene, ma arriva fino al 100% in terreni completamente distrutti dalla malattia. Giovanni è tra i “fortunati”, per così dire, ma il futuro non promette niente di buono, e il contagio è destinato inesorabilmente a diffondersi anche nei suoi terreni.

C’è un piccolo appezzamento, nei suoi campi, in cui ha recentemente piantato alberi da frutta, ciliegi e peri: «Questo frutteto è un esperimento», spiega, indicando sconsolato gli alberi più secchi del suo uliveto. «Su alcuni alberi secolari ho tentato degli innesti. Non ci ricavo nulla, è solo per salvare alcune piante, le più antiche» dice, mostrando diversi alberi sul cui tronco secco ormai tagliato è possibile vedere alcuni rametti fissati con del nastro adesivo: sono rami di ulivo Leccino.

 

Una soluzione c’è

Per non far morire completamente l’economia agricola locale un soluzione esiste, e ha la forma di due varietà di ulivo resistenti al batterio killer: la varietà “Leccino” e la cosiddetta “Favolosa”. Due cultivar diverse da quelle originarie del territorio (la Cellina e la Ogliarola), le quali però non possono ancora essere insediate a causa del divieto di reimpianto per i terreni infetti stabilito dalla decisione UE 789/2015. Sostituire la popolazione olivicola salentina non sarebbe completamente indolore: a parte la diversità “estetica” delle piante, che comporterebbe un radicale mutamento del paesaggio rurale, verrebbero perse le Denominazioni di origine protetta (Dop) proprie dell’olio salentino, legate sostanzialmente alla sua produzione con olive provenienti da alberi delle due specie endemiche del territorio.

La varietà Leccino, infatti, per quanto ampiamente diffusa sia in Italia che all’estero, ha origini toscane, mentre la Favolosa è un ibrido creato artificialmente. Ad ogni modo, il contrasto tra le due specie resistenti e quelle endemiche sensibili al batterio, possibile solo dove l’impianto delle prime era avvenuto in tempi non sospetti, è a tratti veramente sconvolgente: chiome rigogliose contro rami secchi e nodosi, cicale che friniscono contro silenzio, vita contro morte. Tutto risolto quindi, Ue permettendo? Non proprio, perché come sempre ci sono di mezzo i soldi. Reimpiantare su larga scala infatti ha costi che non tutti gli olivicoltori sono in grado di affrontare.

 

Nemmeno un euro

«Dal 2013 non è arrivato nemmeno un euro per compensare i danni ricevuti da questa malattia per i coltivatori», commenta Giuseppe Brillante, direttore di Coldiretti Lecce. «Stiamo parlando di milioni di piante, quasi 100 mila ettari di uliveto danneggiati irreversibilmente, oltre un miliardo di euro di danni. Ad oggi le imprese salentine non hanno ancora avuto nessun aiuto per questa situazione che colpisce non solo il coltivatore, ma tutto l’indotto generato dall’olivicoltura nel Salento.

Non sono state rimborsate nemmeno le piante eradicate forzosamente negli scorsi anni», spiega, esprimendo una critica comune tra gli addetti ai lavori della zona. Lasciando, inevitabilmente, una voragine aperta sul futuro dell’attività. «Può anche essere che tutta questa storia, alla fine, premi chi resiste e continua a coltivare, nonostante tutto», commenta Giovanni. «Sicuramente dovremo stringere forte i denti. A rischio di romperceli».

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