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22 giugno 2017

Yona Friedman, progettista di utopie

Materiali poveri. Forme semplici. Spazi accessibili e flessibili. Dal 23 giugno al 29 ottobre il Maxxi di Roma dedica una mostra al più visionario degli architetti

Hou Hanru

► Dal numero di pagina99, in edicola dal 16 giugno o in edizione digitale

Negli ultimi mesi l’Occidente si è trovato di fronte a grandi sfide. Ne sono un esempio l’affermazione di ideologie populiste ed estremiste e le loro conseguenti ripercussioni in ambito politico – dall’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti d’America, all’approdo di Marine Le Pen al ballottaggio nelle elezioni presidenziali francesi – cui ha fatto seguito la diffusione di ideologie xenofobe e visioni reazionarie, mentre la minaccia del terrorismo incombe sui maggiori centri urbani.

La necessità di superare questa delicata congiuntura storica e di fare in modo che le nostre vite tornino ad avere un valore e a essere apprezzate è divenuta un’impellenza comune. Ciò è particolarmente importante per coloro che lavorano per migliorare gli spazi in cui si sviluppa la nostra esistenza, ovvero architetti, urbanisti, progettisti e altri creativi. Escogitare un modo per rispondere a questo pressante bisogno è una missione a cui la “classe creativa” non può più sottrarsi. Non si tratta solamente della sopravvivenza degli altri, bensì di quella degli stessi “creatori”.

 

Architettura della sopravvivenza

Fare architettura significa inventare un’architettura della sopravvivenza, come sottolineato da Yona Friedman, uno degli architetti più idealisti di tutti i tempi, nei cui lavori, tuttavia, si ravvisa sempre una forte componente di realismo. Yona Friedman, giocando con grande anticipo, già più di mezzo secolo fa cominciò a veicolare un pensiero fortemente critico e profondo al riguardo. Intramontabile avanguardista, durante il processo di modernizzazione che caratterizzò il dopoguerra, si fece promotore di proposte in forte opposizione alla fervente teoria dello Sviluppismo – che annoverava seguaci sia nel mondo occidentale che fuori di questo.

Armato di passione e creatività, per oltre cinquant’anni si è adoperato per proporre alternative al modello architettonico di sviluppo urbano. Le sue proposte sono sempre semplici e chiare, intimamente legate alle condizioni della vita quotidiana della popolazione e realizzate con i materiali a disposizione. Frutto di profonde riflessioni su questioni di elevata complessità, sia di carattere architettonico che sociale, arrivano ad abbracciare alcune delle tematiche tecnicamente più complicate e politicamente più significative.

 

Materiali poveri e forme semplici

Come progettista, Yona Friedman tende a ricorrere a materiali poveri e a forme semplici. Crede nell’eterogeneità e nell’apertura del linguaggio e della prassi architettonica, ponendo l’accento su aspetti quali la semplicità e l’accessibilità. I progetti di Yona Friedman ricorrono sempre all’impiego di strutture flessibili, mobili, trasparenti e trasformabili. Si tratta spesso di forme elementari come quella di un quadrato, di un rettangolo o di un cerchio liberamente assemblati tra loro secondo criteri di apertura e di improvvisazione essenzialmente ispirati al nastro di Möbius e ad altre configurazioni simili.

Nello stesso modo in cui le cellule organiche si uniscono a formare un organismo, queste strutture possono inserirsi in architetture di piccola scala ovvero creare interi distretti urbani; altre volte, invece, sovrastano antiche città fluttuando al di sopra di esse e trasformandosi in “città spaziali”. La cosa singolare è l’armonia e l’intimità con cui interagiscono con gli ecosistemi naturali. Si tratta di fantasiose strutture utopistiche; eppure rispondono ai bisogni più impellenti legati alla sopravvivenza umana in un contesto globale in continuo mutamento.

Con sistematicità e intelligenza, la semplicità e apparente fragilità delle proposte di Friedman offrono delle risposte durevoli e sostenibili: la flessibilità e apertura che le caratterizza consente loro di adattarsi a qualsiasi tipo di mutamento, per quanto repentino o a lungo termine questo possa essere. Sono in continua evoluzione. Tale processo conduce verso un approccio assolutamente innovativo che consente di concepire e creare edifici, città e il mondo stesso a partire dalla combinazione tra l’immaginazione – intesa come sintesi delle creatività sia individuali che collettive – e il rispetto delle leggi della sostenibilità ambientale.

 

Alla ricerca della partecipazione

Allo scopo di fornire a tutti una chiave di lettura al labirintico sapere architettonico, Yona Friedman inventa un “linguaggio formale” basato su immagini semplici e simboliche (figure umane e forme geometriche) che si materializzano in disegni, collage, animazioni e sequenze accompagnati da brevi testi esplicativi. Sono facili da comunicare alla gente. Per promuovere ancor più questo processo teso alla produzione di un’architettura partecipativa, vengono introdotti materiali, strutture e tecniche edilizie estremamente elementari.

Si tratta di una vera e propria “Architettura delle Persone”. Yona Friedman incoraggia i cittadini a lavorare braccio a braccio con gli architetti e a dialogare con loro per costruire nuove tipologie di infrastrutture spaziali e sociali. Così facendo, queste persone si trasformano in autoplanificateurs (autoprogettisti). Questa virata verso la partecipazione pubblica può davvero migliorare le condizioni della vita urbana alla luce dei bisogni degli abitanti. In particolare, Friedman invita la gente a sviluppare insieme delle nuove reti di “villaggi urbani” (villages urbains), potenzialmente ampliabili così da plasmare una nuova idea di mondo.

 

L’utopia come base della realtà

L’Architettura delle Persone, espressione che dà risalto ai bisogni e al pensiero delle classi basse e alla loro partecipazione, sta divenendo un’espressione alla moda per questa professione. Avendo guidato questa corrente di pensiero per decenni, i progetti alternativi di Yona Friedman che plasmano nuove architetture e nuovi modi di “edificare” la società possono essere visti come l’esemplificazione di un presente e di un futuro possibili.

Si potrebbe pensare di paragonare le proposte di Yona Friedman su un nuovo e utopistico mondo urbano, come nel caso delle Villes Spatiales, a quelle dei suoi contemporanei, come il noto e ambizioso progetto New Babylon di Constant. Tuttavia, l’aver aperto il processo di ideazione e di sperimentazione in riferimento alla creazione di una città ideale agli stessi abitanti – chiamati a svolgere un ruolo in tutto e per tutto assimilabile a quello di un architetto – fa sì che i progetti di Yona Friedman acquisiscano una componente più umana, generosa e poetica. Infinitamente democratica.

 

Hou Hanru è il direttore artistico del Maxxi di Roma. Il testo che qui pubblichiamo è estratto da «Quaderni del Centro Archivi del Maxxi Architettura», che accompagnerà la mostra, per gentile concessione dell’autore e del Maxxi.

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