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19 giugno 2017

Con i soldati dell’Isis nel tribunale di Mosul

In Iraq il processo di giustizia e riconciliazione è iniziato a combattimenti ancora in corso. Ma in aula vanno i pesci piccoli, i capi restano liberi

Marta Bellingreri

Hamdaniyya. Con la testa rigida piegata verso il basso e le mani legate dietro la schiena, Ismail viene spinto dalla guardia di turno al centro della stanza.
«Hai giurato fedeltà al Califfo?». Dopo aver confermato le sue generalità, questa è la prima domanda che il giudice rivolge all’imputato. «Sì», risponde quest’ultimo.
Ismail ha il volto cupo e l’espressione stordita. Forse, non sa neanche di trovarsi di fronte al Tribunale del Terrorismo di Mosul, temporaneamente situato nella cittadina di Qaraqosh.

Ogni giorno, alle 6 del mattino, ci rechiamo da Ainkawa, Erbil, a Qaraqosh. Viaggiamo insieme ai locali in bus o in auto, ci fermano sia ai check point del Kurdistan che a quelli iracheni e non siamo mai in città e dunque di fronte al Tribunale del Terrorismo prima delle 8. Prima di poterne varcare la soglia, però, dobbiamo ottenere un permesso nella sede del Tribunale Civile, dove infatti presentiamo le nostre poche carte.

Dopo aver risposto alle tante domande su chi siamo e cosa vogliamo, riusciamo ad ottenere un “pizzino”: un foglio di carta su cui è segnato il nome del giudice a cui dovremo rivolgerci. Sarà il nostro lasciapassare per tutta la settimana. Assieme a noi non c’è nessun giornalista, né iracheno né internazionale. Soltanto un giorno, un paio di giornalisti britannici e un fotografo giapponese si fermano un paio di ore coi loro fixer e traduttori ad ascoltare gli imputati.

Siamo a Qaraqosh, a trenta chilometri da Mosul, in quella che era la città cristiana più importante dell’Iraq, un tempo capoluogo dello Stato islamico per la Piana di Ninive. Nell’ottobre 2016 è stata liberata dall’esercito iracheno e dai suoi alleati e oggi un team di ingegneri ne guida la ricostruzione.Al centro della città ma non troppo visibile dalle strade principali, c’è un’anonima villetta a due piani beige e arancione. Qui convergono migliaia di prigionieri catturati durante la battaglia – ancora in corso nella sua parte occidentale – per la liberazione di Mosul. È il Tribunale del Terrorismo, dove i giudici interrogano i prigionieri accusati di appartenere al Califfato.

Gli accusati di affiliazione terroristica vengono dai centri di detenzione – ufficiali e non – delle zone circostanti, principalmente dalla prigione di Qayyara, quaranta chilometri più a sud. Ismail ha trent’anni ed è il primo della giornata a entrare nella stanza del tribunale. «Che parole hai pronunciato esattamente di fronte ad Abu Bakr al-Baghdadi?». Il giudice, serio e severo, batte ritmicamente la penna sul tavolo. L’imputato ripete veloce e a bassissima voce la formula che lo ha trasformato in soldato dell’Isis. «Davvero credi che al-Baghdadi sia discendente di Hussayn ibn Quraysh? Davvero ci hai creduto? Non sei mica un ragazzino!»…

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[Foto in apertura di Alessio Mamo]

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