Seguici anche su

15 giugno 2017

Un Biscione piccolo piccolo

Niente follie per i diritti del calcio, taglio dei costi e addio alle ambizioni internazionali: dopo il salasso di Premium, per Mediaset è l’ora delle forbici

Francesco Pacifico

Dice Carlo Freccero: «La crisi ha finito per far vincere la tv generalista». Per una motivazione demografica. «L’Italia è un Paese di anziani, mentre i giovani, la televisione, la guardano on demand sul tablet o sullo smartphone». Per un motivo economico. «Gli anziani sono gli unici ricchi in questo Paese». E, infine, per un motivo di natura artistica. «L’offerta premium fa un ricorso massiccio a contenuti tipici della tv free. XFactor, MasterChef, persino Fiorello con la sua edicola». Però, conclude il consigliere d’amministrazione della Rai e uno dei maggiori interpreti del verbo televisivo berlusconiano (ha diretto ItaliaUno ai tempi di Drive In), «tutto questo ha un orizzonte temporale molto limitato. È come spremere un limone oltre la buccia».

Pier Silvio Berlusconi invece non pone limiti allo status quo. Non solo il presente, ma «il futuro è nella tv generalista». E lo ha dichiarato più volte il vicepresidente di Mediaset. Anche lo scorso aprile, quando ha annunciato l’abbandono della paytv e un rosso record da 294 milioni di euro nei conti del Biscione. Per la cronaca il gruppo è pronto a tornare in pareggio già nel 2018, mentre nel primo trimestre dell’anno ha segnato un utile di 16 milioni di euro, con i ricavi in lieve calo rispetto a 12 mesi fa (889 contro 912) e costi operativi che passano da 549 a 537 milioni.

Marina Berlusconi ha spiegato al Corriere che «dietro a questi numeri c’è un nome e un cognome: Vincent Bollorè. Senza il voltafaccia di Vivendi, Mediaset avrebbe chiuso il 2016 in pareggio». I francesi si erano impegnati a prendere il 100 per cento della paytv Premium per un miliardo. Una scelta che secondo i manager del Biscione si traduce in una perdita secca di 341 milioni. E dalla quale sono scaturite una causa civile (a Cologno danno per certi un risarcimento non inferiore ai 3 miliardi), la promessa di una norma per frenare le scalate ostili da parte del ministro Carlo Calenda (ma Matteo Renzi non la vuole) e soprattutto una sentenza dell’Agcom, che applicando la Gasparri, ha imposto a Bollorè di scegliere entro un anno tra la quota di controllo in Telecom (23,9 per cento) o in Mediaset (29,99).

 

L‘età dell’autarchia

In realtà i bilanci del Biscione raccontano una crisi che più che finanziaria è di prospettive. La paytv di casa ha bruciato dal 2014 a oggi 850 milioni di euro, e nonostante 630 milioni investiti sul calcio (i diritti per la Serie A e quelli in esclusiva sulla Champions) avrebbe rosicato al rivale Sky soltanto 53mila abbonati. Anche per questo è saltata la prima linea dei Franco Ricci e Marco Rosini. Dalla Spagna, dove il Biscione ha meno di un quinto delle attività totali, arrivano ricavi per quasi un miliardo, contro i circa 2,7 italiani, dove c’è il grosso del business. Sulla pubblicità, poi, il rapporto sale a uno su due.

Proprio sull’advertising si punta ad arrivare a controllare entro il 2020 il 39 per cento del mercato complessivo: ora siamo al 37,8 ma con uno share del 32. Indicativo poi che, nelle slides presentate sempre ad aprile agli analisti a Londra, ci sia un tondo zero alla voce crescita sui competitor attraverso gli “eventi sportivi”. A Cologno Monzese dicono che Mediaset «sta vivendo la stagione dell’autarchia». E pensare che solo un anno fa doveva dare il là con Canal+ alla “paytv latina” tra Francia, Italia e Spagna, che con serial tv, film e sport avrebbe dovuto cacciare dall’Europa i canali di Rupert Murdoch o Netflix.

 

Fuori la vecchia guardia

In attesa dell’assemblea di fine giugno, Pier Silvio Berlusconi è tornato, con l’aiuto dell’Agcom, padrone della fetta d’impero che si è conquistato negli anni. E il suo potere cresce mentre, per motivi d’età, s’indebolisce la filiera (Fedele Confalonieri, Gina Nieri, Stefano Selli) che cura i rapporti con la politica e con le autorità. Il padre Silvio – come dimostrerebbe un affettuoso scambio di messaggi nel giorno dei suoi ottant’anni – vorrebbe ancora dividere il proprio futuro con l’amico Bollorè. Anche a costo di dimenticare che il bretone si è permesso di scalare Mediaset. Anche a costo di umiliare le ambizioni del primo erede maschio, che vuole un futuro in prima linea e non da semplice azionista in una realtà dove Mediaset sia socio di minoranza.

Intanto, mentre da Parigi Arnaud de Puyfontaine manda segnali di pace inascoltati, Pier Silvio prepara «cinque prime serate a settimana» da realizzare in casa e ne discute con Paolo Bonolis; ha comprato il canale 20 del digitale terrestre da ReteCapri, anche se su questa piattaforma è costosissimo andare sul 4K; trasmette in chiaro e non sulla pay le sfide della Juventus in coppa con Barcellona e Monaco per “drogare” le medie stagionali; vuole trasformare quel che rimane di Premium in un AirBnb della paytv: affittare mezzi e maestranze ai broadcaster che intendono investire sul digitale terrestre.

 

Gestori, non creativi

Racconta un ex manager del Biscione: «Silvio è sempre stato un visionario. Pier Silvio, invece, è un gestore. Con il Cavaliere in politica, la figlia Marina ha accelerato sulla riduzione dei costi e dei rischi. In quest’ottica è più facile comprare idee dall’esterno. Servirebbero nuovi autori, invece sono soltanto tre i gruppi di lavoro a tirare la carretta: quello di Maria De Filippi che fa il prime time e il day time, l’access prime time con i Bonolis, gli Scotti e Striscia la Notizia, infine il team delle Iene. Per il resto, rispetto a Sky, l’utilizzo dei social è minimo, mentre la fiction di casa non è più innovativa come un tempo».

Eppoi c’è il calcio. Mediaset, dopo aver allocato mezzo miliardo per i diritti tv, ha già fatto sapere che non vuole fare follie per partecipare all’asta sui match della Serie A o della Champions League. Non aiutano né la mancata scalata di Adriano Galliani alla Lega né l’inchiesta su Infront, che sul calcio ha messo in luce «una forte attività di lobbying» tesa a penalizzare Sky. Per non ritrovarsi la tv di Murdoch padrona del pallone, a Cologno come in via Rosellini sperano che qualche altro broadcaster scenda in campo per i diritti, magari sfruttando la tecnologia di Premium. Si spera in Discovery (che però sembra più preoccupata a piazzare i passaggi in chiaro delle prossime Olimpiadi) o in Telecom, che però si è detta interessata solo alla trasmissione su internet.

È fondamentalmente questa la strategia nell’era autarchica di Mediaset. A meno che Bollorè – che ha appena lanciato Vivendi Italia – non decida tra un anno di ridurre la sua posizione in Telecom (magari vendendo a Orange o lasciando la rete in mano pubblica) e lanciare un’offerta su Mediaset. Epilogo nel quale a casa Berlusconi, pare, sperano tutti. Tranne Pier Silvio.

 

[Foto in apertura di Stefano Dal Pozzolo/Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti