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15 giugno 2017

Vince chi porta i suoi elettori alle urne

Quando non ti bastano i tuoi elettori, per forza di cose devi andare a pescare quelli degli altri. Un tempo era così, ma oggi le cose non cambiate

Samuele Cafasso

► Dal numero di pagina99 in edicola dal 9 giugno e in edizione digitale

C’era una volta la corsa al centro e la caccia agli swing voters, ovvero quegli elettori che a una tornata votavano per una formazione politica, quella dopo per un’altra. Moderati, discretamente disinteressati alla politica, sono stati l’oggetto del desiderio di ogni elezione: chi li acchiappava, vinceva tutto. Per corteggiarli, soprattutto a sinistra, tra la fine degli anni Novanta e il nuovo millennio abbiamo visto di tutto: terze vie, programmi al centro, campagne acquisti improbabili alla caccia del candidato che piace a tutti. Quando non ti bastano i tuoi elettori, per forza di cose devi andare a pescare quelli degli altri: meglio non avere identità che averne una che fa scappare gli indecisi.

È ancora così? Se c’è una costante restituita dal voto inglese, francese e, in parte, anche dalla tornata amministrativa in Italia è che, nella stagione della grande astensione, vince chi riesce a portare al voto i suoi asciugando, almeno un poco, l’ampio bacino del non voto. Per farlo servono identità chiare e riconoscibili. Si spiega così, in Gran Bretagna (dove l’astensione è stata bassa) la buona performance di Jeremy Corbin: tra le fasce a lui più favorevoli ci sono gli under 35 che in questa occasione sono andati al voto con una percentuale del 66,4% contro il 43% del 2015.

Traumatizzati dalla Brexit e convinti da un programma fortemente radicale e identitario, questa volta i giovani si sono presentati alle urne portando il laburista a pochi punti percentuali da Theresa May. La stessa cosa, per dire, che non è riuscita a Hillary Clinton nonostante qualche sforzo da parte di Bernie Sanders di travasare sulla democratica la sua base di Millennials. Ma attenzione, non è una questione di spostarsi sulle ali dell’arco politico, ma di avere identità precise e ben riconoscibili in grado di convincere gli elettori che vale la pena recarsi ai seggi.

Lo dimostra il caso francese: Emmanuel Macron è saldamente al centro, ma al contrario di Sarkozy non ha mai strizzato l’occhio all’elettorato lepenista per pescare voti nel campo degli anti-immigrati, così come non ha mai moderato il suo europeismo – come talvolta hanno fatto i candidati socialisti – per “copiare” le ricette considerate più popolari da altre formazioni. Tanto gli è bastato per salire all’Eliseo e avviarsi verso la conquista di 400 seggi in parlamento. Eppure, considerando anche chi è rimasto a casa, alle legislative i suoi candidati sono stati votati solo da 15 francesi ogni 100. Bravo lui, però, a portarli alle urne, al contrario degli altri che i loro supporter li hanno fatti restare a casa.

In Italia sta succedendo lo stesso? Guardiamo i dati genovesi. La cartina del voto indica una città spaccata in due: il candidato Pd ha vinto nel Ponente ex operaio, bacino storico della sinistra, il centrodestra ha fatto il pieno a Levante. Nulla di nuovo. Se però guardiamo al dato dell’affluenza, vediamo che l’unico Municipio dove ha votato più del 50% degli elettori è proprio il Levante. Il problema del Pd in città, quindi, sembra quello di non riuscire a far votare il suo elettorato tradizionale.

Nemmeno il centrodestra sembra aver pescato troppo nel bacino avversario, ma i suoi sostenitori sono andati al voto in misura maggiore. A Palermo tutto si può dire di Leoluca Orlando, ma non che non sia una figura fortemente riconoscibile: ha vinto al primo turno, imponendosi a un partito (il Pd) che nemmeno voleva candidarlo. Insegna qualcosa tutto questo ai partiti italiani che si preparano al voto nazionale? Forse sì. Copiare le ricette degli altri, adattarle per pescare un elettore medio che, in quanto medio, non esiste se non nelle astrazioni degli analisti, piomba il Paese in una notte hegeliana dove tutte le vacche sono grigie e dove l’elettore, alla fine, preferisce rimanere a casa. Europa, immigrati, lavoro, ambiente: invece di barcamenarsi tra sì, no, forse, ma anche, conviene dotarsi di piattaforme chiare e riconoscibili.

Scontenteranno qualcuno, ma riducono l’astensionismo. Un astensionismo che, a ogni tornata, a sinistra come a destra, si prova a ridurre puntando disperatamente alla demonizzazione dell’avversario: andate a votare, oppure sarà il diluvio. Ma si tratta di un voto in negativo, il paracadute della disperazione di chi è incapace di fornire un’idea decente di se stesso.

[Foto in apertura di Christophe Petit Tesson/ Pool / Reuters]

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