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11 giugno 2017

Insegnare italiano ai tempi della Brexit

Reading ospita uno dei dipartimenti di italianistica più celebri del Regno Unito. Ora i tanti docenti che lavorano lì temono che sia messa in discussione la loro permanenza

Faloppa - Prestia

Reading. Vivere nell’Inghilterra di Brexit. Da italiani che insegnano le lingue e le culture d’Italia. Lontani dai riflettori, tutti puntati su Londra. Ma al centro di un mondo tanto anomalo quanto privilegiato per osservare i fenomeni culturali e sociali, quello accademico: quello del dipartimento di Italian Studies dell’Università di Reading.

Sonnolento capoluogo della contea del Berkshire, Reading è troppo vicina alla capitale britannica per avere una sua identità culturale precisa, e troppo lontana per farti respirare quel dinamismo multikulti di cui i Londoners vanno (giustamente) fieri. Eppure in questa città adagiata sul Tamigi a sessanta chilometri da Londra esiste un’università con 17 mila studenti provenienti da 141 Paesi, un campus pluri-premiato, centri di eccellenza mondiale (Meteorologia, Archeologia, Scienze della nutrizione, Scienze del suolo) e un corpo docenti di una cinquantina di nazionalità diverse.

Tra queste, ben rappresentata è quella italiana. Non solo quantitativamente, ma anche culturalmente. Perché Reading ospita uno dei dipartimenti di italianistica più celebri e importanti d’Inghilterra, oggi formalmente parte del dipartimento di Modern Languages, ma fino a ieri conosciuto con il nome che nel 1960 gli diede il suo fondatore Luigi Meneghello: Department of Italian Studies.

Meneghello venne qui con una borsa di studio subito dopo la guerra, nel 1947, con l’idea di restarci un paio d’anni per respirare quella «cultura dell’Europa moderna» che in Italia ancora mancava. Ma qui rimase invece fino a quando andò in pensione nel 1980. Nel frattempo, in quei quattro decenni, aveva dato vita a un dipartimento di italiano che divenne non solo il fiore all’occhiello dell’Università di Reading, ma anche il modello per molti altri dipartimenti sparsi nel Paese e nel mondo.

L’autore di Libera nos a Malo e de I piccoli maestri aveva infatti le idee piuttosto chiare su che cosa dovesse essere il suo dipartimento: una mini facoltà di lettere all’estero, capace di attrarre nel tempo eccellenti accademici (come Zygmunt Baranski, Nadia Cannata, Christopher Duggan, Giulio e Anna Laura Lepschy, Franco Marenco, Lisa Sampson, John Scott, Chris Wagstaff, Stuart Wolf) e di formare studenti che sarebbero potuti diventare cittadini di una comunità intellettuale transnazionale che aveva le sue radici nella conoscenza della Commedia, del Rinascimento, di Leopardi, Gramsci e Pasolini, del grande cinema neorealista. Un luogo per ibridare metodi e strumenti, per la libera circolazione del sapere e delle idee: cuore in Italia, cervello in Gran Bretagna, sguardo sull’Europa e sul mondo…

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[Foto in apertura di Luca Prestia]

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