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8 giugno 2017

Fuck Facebook

Cosa accadrebbe domani se Facebook dovesse chiudere? Le nostre parole scivolerebbero via: l’esatto opposto di quello che Internet ha da sempre immaginato

Massimo Mantellini

Mentre Vincenzo Cosenza pubblica sul suo blog (vincos.it) gli ultimi numeri sull’utilizzo di Facebook in Italia, negli Stati Uniti alcuni storici blogger della prima ora allargano la discussione sulla pericolosità del social network di Mark Zuckerberg. Nulla di particolarmente nuovo ma la contrapposizione fra i due discorsi pubblici fa impressione.
Secondo i dati di Cosenza ogni mese 30 milioni di italiani utilizzano Facebook.

Lo fanno con una frequenza molto alta: 24 milioni di loro utilizzano il social network ogni giorno. Si tratta in gran parte di adulti, oltre la metà (53%) ha più di 35 anni, mentre l’unico vero calo si osserva fra i giovanissimi. Tra i ragazzi fra i 13 e i 18 anni poco più di uno su due ha un profilo Facebook. Mentre questo accade, in Usa Dave Winer e John Gruber elencano, in due post molto citati, le molte ragioni per cui Facebook è un pericolo concreto per la Internet aperta.

Il post di Gruber si intitola eufemisticamente “Fuck Facebook”. I contenuti di Facebook – dicono i due esperti – non sono indicizzati dai motori di ricerca, quindi qualsiasi discussione rilevante che avviene da quelle parti rimarrà confinata agli iscritti. Linkare simili contenuti da fuori è quasi impossibile, specie se non possiedi un profilo Facebook.

E cosa accadrebbe domani se Facebook dovesse chiudere? Le nostre parole scivolerebbero via come lacrime nella pioggia, l’esatto opposto di quello che Internet ha da sempre immaginato. Già oggi Facebook vieta all’Internet Archive, l’anima documentale di Internet, di salvare schermate rilevanti da archiviare per i posteri.

Alcuni anni fa la Biblioteca del Congresso varò un progetto per archiviare tutti i tweet prodotti al mondo. Erano forse i bibliotecari americani interessati alle sciocchezze irrilevanti che scriviamo dal divano mentre guardiamo la partita? Ovviamente no. Avevano semplicemente capito che la memoria storica oggi viaggia nascosta nei piccoli frammenti delle comunicazioni di rete. È per questo che il peccato di superbia di Facebook è oggi un tema pubblico di dimensioni gigantesche.

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