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8 giugno 2017

Cagliostro vincerà le elezioni a Palermo

L’invettiva dello scrittore Calaciura per una città che si riconsegnerà a chi «ha la furbizia dell’imbonitore e la lungimiranza dell’illusionista»

Giosuè Calaciura

Cagliostro vincerà le elezioni di Palermo. Impresentabili gli altri candidati. Cagliostro, invece, ha la furbizia dell’imbonitore e la lungimiranza dell’illusionista. Ogni intelligenza – l’intelligenza è sempre critica – Cagliostro l’ha espulsa, emarginata, cannibalizzata. E alla fine della digestione Cagliostro ha evacuato, in un deserto di materia grigia, cloni che ripetono l’abracadabra dei suoi slogan. Quando parlano muovono le mani come lui.
Non c’è altro da votare. Cagliostro vincerà le elezioni.

La città del privilegio, suo ceto e suo palcoscenico, vuole consumi paraculturali da città normale, anche se Palermo normale non è. Sarà Capitale della Cultura, la città del privilegio euforica. Ma è un fraintendimento. Palermo è un contenitore di beni culturali molto maltrattati e mal curati ogni tanto imbellettati per inaugurare un “percorso”. È l’esproprio di porzioni del centro storico per farne taverne che oggi si chiamano pub. Cultura è un’altra cosa. Parola dinamica, di cambiamento, trasferimento etico, operare con giustizia per la collettività. Cultura vuol dire crescita comune e solidale, consapevolezza di un’élite capace di autocritica, di emendarsi per fare partecipare chi è stato escluso. A Palermo, da sempre.

I numeri della mortalità scolastica raccontano un’altra città. Palermo è prima in Italia (in Europa) per abbandoni scolastici. Palermo è la città italiana che più si sta svuotando di giovani, laureati e non. Palermo è una delle città con più bassa natalità. Tra le ultimissime per vivibilità. Ma la città del privilegio festeggia il budello di via Maqueda pedonalizzata. Minimo sindacale, miserrimo traguardo raggiunto dopo ben quattro mandati di Cagliostro. Avrebbe avuto il tempo per piantare un seme di democrazia e cittadinanza, di serietà amministrativa, di recupero autentico. Avrebbe avuto il tempo per indicare alla città del privilegio i concittadini più deboli, quelli da sostenere, togliere qualche broccato ai più ricchi per rimpannucciare i più poveri, fare di Palermo la città dei palermitani, di tutti i palermitani. Cultura è scuola, giustizia.

Centro storico e periferie glamour non sono, anzi dimenticate, degradate, senza voce come al tempo democristiano, ma peggiorate – Cagliostro da quello viene; in quella scuola ha imparato la sua arte: il potere si costruisce nel potere, per filiazione e cooptazione nelle due uniche industrie di Palermo: il Comune e la Regione – continueranno a bruciare nei roghi di immondizia non raccolta, infanzia deprivata persino dell’immaginazione, famiglie svuotate di speranza nella solitudine istituzionale, Palermo che non è Palermo del privilegio, ma da sempre concrezione umana di pietre e di carne – spesso illegale per frustrazione, per mancanza di voce, di prospettiva, per necessità aperta alle lusinghe di mafia – non-cittadini che appartengono a nessuno, che nessuno vuole, senza rappresentanza, senza candidati che non siano quelli di sempre, generosi in vista del voto. Bacino di necessità senza diritti. Elemosinanti di cittadinanza.

Lungo la costa di Palermo privatizzata nei suoi quarti nobili e meno inquinati, i non-cittadini possono fare un bagno a Romagnolo, tra il porto e la foce del fiume Oreto, litorale “risanato” a forza di abracadabra, in realtà fogna di mare che raccoglie cloache e pozzi neri dell’hinterland sversati nel fiume “bonificato”. Una burla. Neanche i dati di Goletta Verde riescono a suggerire dubbi o prudenza. Ma Cagliostro è ingegnere idraulico, ecologo, esperto ambientale di terra e di mare, esperto di aviazione leggera (ha annunciato prossimi ammaraggi dell’idrovolante), urbanista, critico letterario e teatrale, storico dell’arte, archeologo, esperto di relazioni interne e internazionali, teologo, pedagogo, agronomo, storico della mafia e dell’antimafia. Cagliostro è tutto. Vincerà le elezioni. Non c’è convegno, festival, adunanza cittadina che non veda Cagliostro al tavolo dei relatori.

Palermo non è una città normale. Nelle città normali il sindaco saluta i convenuti, augura buon lavoro, e subito va via. A Palermo no. Cagliostro deve sedere al tavolo della presidenza, deve parlare con i suoi gesti apotropaici, svuotando la città di competenze, di ogni sguardo e punto di vista indigeno e originale, non permettendo che Palermo si racconti come vuole, con parole sue, senza l’occhiuta e orecchiuta presenza del governo cittadino. Cagliostro è tutto, ma non un esperto di democrazia che è anche bon ton, ironia, ascolto degli altri. Oggi è la Cultura – il suo fraintendimento – la parola d’ordine, la nevrosi, di Cagliostro, i teatri, le direzioni artistiche. Stampa e mezzi di comunicazione lo seguono con titoli di apertura.

La città del privilegio si racconta a se stessa – la retorica della cultura è particolarmente avvincente, sposta un po’ più in là il confine del provincialismo – mentre i bambini del rione Capo per la prima volta escono dal quartiere e scoprono che Palermo è una città di mare. Si lamenta il fantasma del poeta Franco Scaldati, u sartu. Piange per la sua riscoperta postuma e disinnescata, al limite del folklore, lui che era voce e rabbia consapevole dei quartieri senza privilegi, vissuto e morto nell’esclusione proprio perché indicava il gap di disperazione tra le due città. Cagliostro vincerà le elezioni. Ancora una volta sposterà di cinque anni il baratro dove si specchia la città del privilegio che solo allora farà i conti con la pirotecnica sterilità di Cagliostro. Resteranno i suoi cloni. Resteranno i peggiori, la promessa di preservare le antiche prerogative. Ma senza risarcimento di giustizia Palermo non avrà un sindaco e mai sarà una città.

Giosuè Calaciura, scrittore palermitano, ha appena pubblicato Borgo Vecchio (Sellerio)

[Foto in apertura di Giuseppe Gerbasi / Contrasto]

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