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8 giugno 2017

Una quarta via per rifare il Labour

L’ex maître à penser della sinistra con Blair: «May vincerà, ormai con lei i Tories sono diventati interclassisti. È arrivata l’ora del nazionalismo progressista»

Eugenio Montesano

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Londra. «Il partito conservatore si sta trasformando in un formazione post-classista, ispirata al riformismo cristiano-democratico tipico dei partiti continentali. Lo sviluppo di un conservatorismo democratico con forti radici comunitarie è la tendenza che dominerà la politica britannica della prossima generazione». Ex maître à penser della sinistra intellettuale negli anni del Blairismo, fondatore nel 1995 della rivista progressista Prospect, dopo aver assistito al crollo della terza via laburista David Goodhart ha maturato posizioni sempre più distanti dal consenso liberale su immigrazione e multiculturalismo, sfociate in un articolo del 2004 sulle tendenze della società britannica di inizio millennio dal titolo “Too diverse?” (“Troppo diversificata?”), con cui provò a mettere in guardia il partito dagli effetti collaterali dell’immigrazione di massa, diventando in un colpo solo paria della sinistra liberale e fiore all’occhiello dei conservatori moderati.

Oggi il “voltagabbana” Goodhart ricopre il ruolo di responsabile per gli studi in tema di immigrazione e integrazione di Policy Exchange, think tank di riferimento per i Tories. Fiero della sua capacità di cambiare idea, si definisce un post-liberale. Nel suo libro The Road to Somewhere (C. Hurst & Co. Publishers), in cui analizza le cause della frattura sociale che ha portato alla Brexit, argomenta che l’errore della ruling class britannica è stato quello di farsi unicamente espressione delle istanze dell’élite metropolitana londinese, trascurando gli interessi di una larga fetta dell’opinione pubblica – il 50%, secondo lo studioso – i cui valori fondanti basati sul senso di comunità e radicamento nei luoghi di provenienza sono stati frettolosamente derubricati a xenofobia e nativismo identitario.

Questi due mondi devono trovare il modo di parlarsi, e agevolare il dialogo è compito della politica. Secondo Goodhart, la terza via di Theresa May – premier alla ricerca di un equilibrio tra liberismo e chiusura populista – porrebbe i conservatori in una posizione di netto vantaggio rispetto alle altre forze politiche.

Davvero l’attuale premier è ben attrezzata per condurre il partito verso una maggiore inclusione sociale?

Il rifiuto del mercatismo più spinto e la retorica statalista di Theresa May, così come molte delle sue riforme, sono di matrice socialdemocratica. Rivolgendosi alla classe lavoratrice, e più in generale a quanti rientrano nelle fasce di reddito inferiori, i conservatori stanno riuscendo a smantellare l’idea di essere il partito dei ricchi e dei privilegiati.

Stando ai sondaggi, la proposta di riforma sull’assistenza sociale agli anziani, con annessa retromarcia, potrebbe costarle cara in termini di voti.

Il proposito – alzare da 23.250 a 100 mila sterline la soglia sopra la quale gli anziani sono tenuti a pagare per l’assistenza pubblica in apposite strutture o, novità della riforma, anche a domicilio – era lodevole. Secondo il think tank Demos, centinaia di migliaia tra i più poveri ne beneficerebbero. Ma la riforma è stata concepita male, senza un tetto ai risparmi che possono essere intaccati. Inoltre, considerando che il valore della casa di proprietà rientra nel computo dei beni, ha rappresentato una rottura con l’elettorato tradizionale, composto in larga parte da anziani proprietari della casa in cui abitano…

In un editoriale l’Economist ha parlato di una May a due facce: una competente e sicura di sé, l’altra testarda e ripiegata sui collaboratori più stretti. Ce la farà a ottenere una vittoria “a valanga”?

Theresa May non è esattamente un animale da campagna elettorale: è rigida, non appare a suo agio a stretto contatto con l’elettorato e difficilmente si distacca dai discorsi preparati. Ciononostante, quando arriverà il momento gli elettori capiranno che tra lei e Jeremy Corbyn non c’è scelta. Otterrà una larga maggioranza di 120 deputati, forse anche di più.

Eppure il margine di vantaggio sul Labour nei sondaggi si è eroso sensibilmente.

Già sotto Ed Miliband il partito aveva perso il legame culturale con l’elettorato che pretendeva di rappresentare, ma Corbyn è stato capace di fare di peggio. Il Labour è un partito allo sbando, spaccato com’è tra una leadership di estrema sinistra, che rappresenta le opinioni del 5% dei cittadini britannici, e quanti si oppongono a essa. Sull’immigrazione hanno un atteggiamento bipolare, con un approccio umanitario da “accogliamoli tutti” che mal si accompagna a un euroscetticismo sulla libertà di movimento che affonda le radici nel pensiero neomarxista dell’ex ministro laburista Tony Benn, da cui Corbyn ha attinto a piene mani riuscendo nell’impresa di scontentare l’elettorato europeista e di non convincere fino in fondo quello tradizionale.

Chi o cosa può rimettere in carreggiata il partito dopo le elezioni?

Niente e nessuno, è troppo tardi. Il partito non andrà oltre il 27% del voto popolare e perderà molti deputati. Che Corbyn lasci o meno, non conta. L’unica soluzione è un nuovo partito, una quarta via che riparta dalle ceneri del New Labour imparando dagli errori di quella esperienza – come l’apertura indiscriminata, nel 2004, del mercato del lavoro alla manodopera proveniente dall’Europa centrale e dell’est a seguito dell’allargamento dell’Unione – riposizionandosi come partito favorevole all’immigrazione economica nei settori in cui è necessaria, ma contrario all’immigrazione di massa e impegnato nel potenziamento dei programmi di training rivolti alla forza lavoro nazionale. È l’espressione di una tendenza che in un libro del 2006 ho definito «nazionalismo progressista», solo in apparenza un ossimoro.

Chi potrebbe porsi alla guida di questa nuova forza politica?

Serve una figura esterna che si faccia catalizzatore del voto dei moderati e di larga parte dei Liberal-Democratici. Al momento, anche se lui smentisce, l’opzione più plausibile è il ritorno di David Miliband, “autoesiliatosi” a New York. Era il delfino di Tony Blair, poi alle primarie del 2010 suo fratello Ed prevalse per un soffio. E sappiamo com’è andata.

[Foto in apertura di Feng Li / Getty Images]

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