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7 giugno 2017

Nasce in fabbrica la nuova poesia cinese

Il suicidio di un operaio nello stabilimento che produce iPhone porta all’attenzione del pubblico il fenomeno letterario della Cina del XXI secolo: i versi dei lavoratori migranti

Cecilia Attanasio Ghezzi

Fabbrica, catena di montaggio, altoparlante, cartellino, straordinari, salario… / Sono stato addestrato / Non so urlare né ribellarmi / Non so denunciare, né recriminare / Solo sopportare la stanchezza in silenzio / Quando sono entrato qui dentro / Volevo solo una busta paga grigia, il dieci di ogni mese.

Il 30 settembre 2014, a soli 24 anni, l’autore di questi versi si è suicidato. Xu Lizhi lavorava alla Foxconn. L’azienda taiwanese a cui Apple appalta l’assemblaggio degli iPhone divenuta tristemente famosa nel 2010, quando una serie di suicidi tra i suoi operai la portò sulle cronache dei giornali di tutto il mondo.

«Morire è l’unico modo per testimoniare che abbiamo vissuto», aveva scritto all’epoca un blogger che lavorava nella stessa fabbrica. Foxconn recintò i tetti dei suoi capannoni con le reti, ma questo non impedì al giovane Lizhi di saltare dal diciassettesimo piano quattro anni più tardi. E di scombinare le carte in tavola, quello che non gli era riuscito da vivo. Tramite la sua morte si è parlato delle sue poesie. E non solo delle sue. Mentre i suoi versi colpivano al cuore i consumatori di mezzo mondo, i suoi concittadini hanno cominciato a esplorare un nuovo genere letterario.

È la poesia degli operai migranti, dagong shige in cinese, nata con gli smartphone e la Cina “fabbrica del mondo”. I critici l’hanno definita «il sismografo spirituale delle vite vissute dal basso». Si è diffusa principalmente su internet: blog, microblog, ma soprattutto gruppi pubblici e privati sulle chat. Gli autori sono tanti: una recente antologia cinese a cura del critico letterario Qin Xiaoyu, Wode shipian (“Le mie poesie”, Zuojia Chubanshe, 2015), ne mette insieme più di un centinaio. E non sono più i gongren, operai di quella classe sociale che nella retorica maoista avrebbe guidato la rivoluzione, ma dagongren: giovani manovali che si vendono a basso costo, in fuga dalle campagne e diretti ovunque c’è lavoro. Sono esponenti delle generazioni nate negli anni Ottanta e Novanta, quelli che non sono cresciuti con l’ideale del comunismo, ma con il disatteso «arricchirsi è glorioso».

Sono i figli unici per legge che non hanno visto altra Cina che quella del miracolo economico, troppo giovani per ricordarsi delle manifestazioni di piazza Tian’anmen. Ragazzi che per sfuggire alla povertà dei paesi natali si concentrano nei poli produttivi del sudest cinese trasformando villaggi in metropoli e riempiendo i dormitori dei capannoni delle anonime periferie industriali. Tirano avanti sopravvivendo a licenziamenti, fallimenti, assenza di famiglia, di privacy e di tempo libero…

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[Foto in apertura di Feng Li / Getty Images]

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