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6 giugno 2017

Perché Google perderà la guerra alle fake news

Le falsità sul web alterano l’indicizzazione dei contenuti. Per rimediare, l’azienda ha elaborato un nuovo software, Project Owl. Ma è destinato a fallire

Paolo Bottazzini

►  Dal nuovo numero di pagina99, in edicola il 2 giugno e in edizione digitale

Gli antichi sondavano la volontà degli dèi leggendo le viscere dei corvi o interrogando l’oracolo di Delfi. Oggi si tenta di saggiare il destino monitorando le fluttuazioni di Google, e divinando gli aggiornamenti dell’algoritmo dalle variazioni nell’ordinamento delle risposte. Il rito si sta riproponendo da quando lo scandalo delle fake news ha imposto anche a Mountain View una revisione dei software che indicizzano i contenuti, e ne misurano la rilevanza. Il progetto su cui lavorano matematici e programmatori è stato battezzato Owl, come la civetta sacra di Atena.

La capacità di prevedere i capricci dell’oracolo, racchiuso nell’interfaccia del motore di ricerca, equivale al successo per tutte le imprese che vogliano sopravvivere nell’era delle macchine. Cinque miliardi di domande processate ogni giorno (una in media per ogni abitante del pianeta – malati, vecchi, bambini, e analfabeti inclusi), senza contare i servizi erogati tramite Android e Home, danno l’idea dell’opportunità commerciale che Google rappresenta per gli uomini di affari, ma anche per gli artisti, i politici, gli scienziati, gli opinionisti di ogni genere.

 

Gli interpreti dell’algoritmo

I nuovi sacerdoti sono i tecnici delle agenzie Seo (Search Engine Optimization, ottimizzazione per i motori di ricerca), che ricostruiscono i processi eseguiti nei laboratori di ingegneria a Mountain View: senza pretendere l’accesso a tutti i misteri dei software di Google, gli esperti Seo compiono un percorso a ritroso dai risultati, per risalire ai “segnali” che il motore pesa per assegnare un valore di importanza alle pagine online.

Tra questi indizi, hanno assunto una crescente influenza gli aspetti sociali della pubblicazione. I link in ingresso da altri siti hanno sempre goduto di massima stima da parte di Google, fin dalla prima versione dell’algoritmo PageRank del 1998; ma a questa traccia originaria, si sono aggiunte le impronte che l’autorevolezza di autori e testate lascia sulle conversazioni di piattaforme come Twitter o Disqus, nelle recensioni su Amazon o su Tripadvisor, nei commenti ai post sulla nebulosa di blog realizzati con WordPress, con Drupal, e con i loro fratelli.

 

L’Olocausto negato

Niente di tutto questo però sembra essere in grado di fermare l’avanzata delle fake news, la cui diffusione trova anzi nei criteri di calcolo di Google (e di tutti i social media) una catapulta per il proprio irraggiamento verso i quattro angoli della Terra. La sfida di Mountain View alla falsificazione delle notizie comincia l’11 dicembre 2016, quando Carole Cadwalladr denuncia su The Guardian la risposta alla domanda «did the holocaust happen?» (L’Olocausto è davvero avvenuto?): alla domanda, il motore di ricerca replica con una lista di pagine che negano lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti.

Il problema non riguarda solo Google, perché anche l’algoritmo di Bing (il motore di ricerca di Microsoft) cade nella stessa trappola, e avanza lo stesso elenco di risultati; ma non basta questa evidenza per fermare le polemiche, che inducono The Guardian e Huffington Post ad accusare gli algoritmi di Mountain View di un pregiudizio a favore dell’estrema destra. I fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, vantano però entrambi origini ebraiche, e difficilmente possono essere sospettati di sedizione ideologica sulla base delle risposte negazioniste: al contrario di Bing, in pochi giorni Mountain View procede a rimuovere i link verso le pagine antisemite dai listati del motore – ma l’effetto viene ottenuto con un intervento di esclusione “a mano”.

Una soluzione simile non soddisfa né la cultura aziendale di Alphabet, né il metodo che ha guidato al trionfo i suoi creatori. La reazione al sabotaggio della verità enunciata dal software, deve materializzarsi in un insieme di regole di calcolo capaci di riconoscere, ed espungere dagli archivi di Google, pagine e autori che divulgano informazioni false.

 

Come separare il vero dal falso?

A una divinità che secerne miliardi di oracoli tutti i giorni, non può mancare il talento necessario alla costruzione di una macchina che sappia separare il vero dal falso. Da anni a Mountain View cresce una generazione di sviluppatori che cerca di risolvere attraverso algoritmi le difficoltà causate dalla malvagità degli uomini: i momenti di installazione di queste regole nel software sono stati battezzati con nomi di animali, che popolano lo “zoo” degli aggiornamenti di Google. Panda difende l’archivio del motore dagli agguati dei contenuti spam; Penguin lo protegge dal mercimonio dei link; Hummingbird (colibrì) censisce gli argomenti trattati nelle pagine online, e personalizza le risposte per ogni utente; Pigeon verifica i dati di georeferenziazione.

Finora gli interventi di correzione hanno potuto confidare su un principio che ha assicurato il successo di Google, fin dalla sua apparizione: tutto ciò che gli uomini ritengono rilevante, sarà al contempo autorevole e vero. In una situazione normale, nessuno rischia la propria reputazione citando (linkando, menzionando, condividendo, ecc.) fonti inattendibili: tutte le deviazioni da questa condizione mostrano qualche sintomo formale della loro slealtà – una specie di lapsus nel comportamento consueto, che gli animali sacri di Google fiutano e aggrediscono. Ma Project Owl (progetto civetta), a sua volta, tradisce un’incrinatura nella prassi di Mountain View.

 

Il giorno della civetta

Al contrario di quello che è accaduto con tutti i predecessori, la Civetta è stata annunciata prima di essere implementata: gli esperti Seo avvertivano da tempo fluttuazioni nel comportamento del motore, ma l’aggiornamento è stato presentato prima ancora di essere stato disegnato dai laboratori di Google. È un progetto, non un aggiornamento. E stavolta Mountain View si rivolge a tutti gli utenti per sollecitare il loro aiuto: ha inserito un dispositivo (feedback) nell’elenco dei risultati, che permette a chiunque di chiedere la rimozione di un link, indicandone le motivazioni; un altro feedback chiede ai visitatori di valutare le risposte dirette alle imputazioni con formula interrogativa (come la domanda sull’Olocausto); infine, il garante della qualità Paul Haar, ha dichiarato che le evoluzioni di Owl premieranno i contenuti in grado di esibire prove di maggiore autorevolezza. Oltre al contributo dei volontari, Alphabet ha assoldato diecimila operatori umani, con l’incarico di stilare un report sulla qualità dei contenuti che osservano, sulla base di un manuale di valutazione compilato nella sede centrale.

La difficoltà in cui inciampa il progetto di Google però si trova proprio nell’antro più segreto della macchina degli oracoli. Le fake news sono contenuti originali, redatti secondo una disciplina che obbedisce alle prescrizioni di Panda; vengono pubblicate su una costellazione di blog che si citano reciprocamente, e che diffondono la loro produzione sui social media – dove articoli e video vengono rilanciati in buona fede da un esercito di lettori, privi del senso critico indispensabile per distinguere il plausibile dall’inverosimile. In questo modo le testate che pubblicano notizie false razziano link e condivisioni legittimi, al riparo dalle rappresaglie di Penguin.

 

Il contrappasso di Mountain View

Non sono state la natura o la verità a uccidere gli dei classici, ma la società degli uomini. Anche Google fronteggia la stessa minaccia, senza vederla. Correttezza e menzogna sfilano nelle informazioni online come è sempre accaduto nella storia del giornalismo; sono i lettori che sembrano essere cambiati. Pare sia sparita la capacità di riconoscere il contesto, di intuire l’attendibilità di una fonte e dei suoi dati; si è diluito il potere di discriminazione della «Repubblica delle Lettere», la piccola cerchia di esperti presente in ogni nazione occidentale, su cui anche l’algoritmo di Google ha sempre fatto affidamento (senza rendersene conto).

La nozione stessa di autorevolezza sta cambiando, insieme alla società e ai meccanismi di produzione del sapere: la verità non è una variabile indipendente dai meccanismi di prova che la convalidano. Nella nuova visione del mondo occidentale le scie chimiche si ritagliano un posto accanto alle teorie di Stephen Hawking o di Thomas Piketty – in compagnia con i natali kenyoti di Obama e l’omosessualità di Macron. Come gli dei greci di fronte al Destino, nemmeno Google potrà invertire il senso di marcia di un mondo che ha largamente contribuito a creare.

 

[Foto in apertura di David Allan Brandt / Getty Images]

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