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5 giugno 2017

Sindaci difficili per il M5S preda della guerra per bande

Da nord a sud, il partito di Grillo rischia di restare fuori da tutti i ballottaggi: colpa della resa dei conti tra gruppi di potere sul territorio

Mattia De Nardi

Il Movimento 5 Stelle parla poco delle prossime elezioni amministrative. Non che gli altri partiti al voto delle città ci stiano puntando troppo, perché in generale i partiti tradizionali da questo appuntamento ne escono a pezzi. Letteralmente. Fughe, scissioni, divorzi politici, simboli nascosti. A prevalere, se si vuole cercare un filo comune, sono figure figlie del disaccordo, spesso provenienti da esperienze civiche o più che altro tecnico-amministrative.

Ma nel caso specifico del Movimento di Beppe Grillo la situazione, a leggere i sondaggi che danno un’idea del clima di questi giorni di campagna elettorale a bassa intensità, è molto peggio. Perché in nessuna o quasi delle grandi città che sceglierà il sindaco, i 5 Stelle sono attesi al ballottaggio.

Le vittorie a Roma (scontata) e a Torino (più sorprendente) sembrano già un ricordo lontano. A prescindere da come sta proseguendo l’avventura di governo nelle due città, il dato che potrebbero segnare le amministrative di quest’anno è il fallimento dell’offerta grillina a livello locale che l’anno scorso fu invece premiata dal meccanismo del doppio turno, uno schema che favorisce la logica dell’amico-che-è-nemico-del-mio-nemico. I sondaggi sono impietosi. I 5 Stelle potrebbero fermarsi al primo turno e in molti casi non arriverebbero neanche terzi nei consensi.

Le ultime speranze sembrano essere appese a Trapani, dove di recente c’è stata una retata di arresti tra politici e amministratori, e Taranto, dove si combatte all’ultimo voto sulla carcassa dell’Ilva. Il resto: perduto. Un paradosso per un partito che invece nelle intenzioni di voto a livello nazionale viaggia come primo. «Anche nel 2013 andò così», spiega Piergiorgio Corbetta, dell’Istituto Cattaneo e autore de Il partito di Grillo (Il Mulino, 2013): «Il M5S prese il 25% alle elezioni nazionali e una percentuale sensibilmente inferiore alle amministrative tre mesi dopo».

Uno scenario che potrebbe riproporsi al voto dell’11 giugno e che confermerebbe il M5S come un partito di opinione che raccoglie a livello nazionale il voto di protesta da destra e da sinistra ma arranca alle amministrative dove non dà certo buone prove di unità interna. È anche il motivo per il quale i grillini stanno facendo di tutto per evitare i collegi uninominali nella nuova legge elettorale. «Perché il M5S resta tuttora un movimento che fa enorme riferimento a Grillo e alle sue capacità di trainare le opinioni collettive. Ma, quando si scende a livello locale, la gente guarda i candidati più noti e più presenti. I 5 Stelle non sono radicati nel territorio. Essendo nuovi sulla scena, sono più deboli: sono persone sconosciute e inesperte e non hanno una classe politica insediata».

Le conseguenze secondo Corbetta sono la cronaca degli ultimi anni: «Il M5S è ostaggio di una serie di galletti locali o di piccole élite difficilmente controllabili che scatenano questi conflitti interni. Quando non c’è il dominus che interviene, cioè Grillo, il gruppo non si compatta. E quando interviene, succede quello che è successo a Genova, con il caso Cassimatis» che, ricordiamolo, dopo essere stata bocciata da Grillo, ha deciso di presentarsi ugualmente con una sua lista.
Faide a Genova e Palermo

Il M5S, dunque, soffre il territorio, dove, senza una struttura di partito e senza la mano ferma di Grillo che non può arrivare ovunque, è facile preda di faide interne. Basta prendere le due principali città che andranno al voto, Genova, appunto, e Palermo. Nel capoluogo ligure, nella sua Genova, Grillo è riuscito a compromettere una corsa che aveva per favorito il Movimento. Ha escluso la legittima vincitrice nelle primarie online, Marika Cassimatis, e imposto un candidato favorito ai vertici, Luca Pirondini.

Risultato? Ricorsi in procura, querele, sfide tra avvocati. Alla fine Genova avrà tre candidati di origine grillina. Cassimatis con la sua lista, Pirondini con il simbolo ufficiale e Paolo Putti, ex capogruppo in Comune, candidato del M5S nel 2012 e fuoriuscito qualche mese fa contro la svolta padronale di Grillo e dei suoi fedelissimi a Genova. Su tutti, Alice Salvatore, la zarina genovese che ha strappato il velo della favola della democrazia diretta e orizzontale e imposto il suo volere come un qualsiasi altro ras di partito locale.

A Palermo la situazione invece si è andata ingarbugliando dopo che il programma Le Iene ha fatto emergere lo scandalo delle firme false raccolte per la candidatura del 2012. Allora, a correre da sindaco fu Riccardo Nuti, fidatissimo del comico, al punto da ottenere il permesso di inserire nella scheda elettorale la possibilità di scrivere il suo soprannome: “il Grillo”. Cinque anni dopo Nuti è indagato assieme ad altri due deputati nazionali e diversi grillini siciliani, ed è stato sospeso dal M5S.

Di fronte alla fine, che sembra già scritta, della sua breve carriera politica, Nuti ha avuto un ultimo colpo di coda. Qualcuno del suo gruppo a Palermo – li chiamano i “monaci” – proprio nel giorno in cui si presentavano le liste, ha pubblicato una audio contro il candidato ufficiale del M5S a Palermo, Ugo Forello, tra i fondatori di Addiopizzo e avversario da sempre di Nuti, che difende la purezza della militanza originaria e accusa l’altro di aver scalato il Movimento attraverso l’arma dell’antimafia. Nell’audio si sente un ex responsabile della comunicazione di Addiopizzo, oggi con lo stesso ruolo alla Camera, accusare Forello di spregiudicatezza finanziaria. La persona che parla non sapeva di essere registrato. La voce che si sente più vicina al microfono è quella di Nuti.

Questo tipo di veleni e di congiure sono una costante tra i 5 Stelle a livello locale. Palermo e Genova sono due dei casi più clamorosi, ma a Roma la guerriglia è stata uguale, solo che le divisioni e le lotte interne sono emerse dopo la vittoria di Virginia Raggi, non prima. In tutti i capoluoghi di provincia ci sono stati problemi, minacce di ricorsi, richieste di chiarimenti alla Casaleggio Associati, l’azienda che da Milano guida il partito tramite l’Associazione Rousseau e che con Grillo certifica i candidati ufficiali.

Parma è un’altra delle città che potrebbe segnare la disfatta del M5S in questa tornata elettorale. È la città del dissidente numero 1, quella che cinque anni fa venne definita la Stalingrado grillina, per la vittoria, la prima in un importante capoluogo, del M5S. Il sindaco Federico Pizzarotti, isolato da Grillo e dalla Casaleggio, fuoriuscito dal M5S, si ricandida con una sua lista, Effetto Parma, che spera di moltiplicare su un piano nazionale con cartelli simili di città in città, raccogliendo la delusione di chi credeva davvero nel motto fondativo del Movimento ”uno vale uno” . Contro Pizzarotti si sono schierati i duri e puri del M5S. Peccato però fossero spaccati al loro interno in tre gruppi e che tutti e tre abbiano chiesto alla Casaleggio la certificazione della propria lista. Ovviamente l’ha spunta una soltanto.

Certo colpisce che nella recente storia del M5S siano stati spesso sindaci e o consiglieri eletti a rompere con Grillo. Segno di un duplice scollamento. È difficile in un Movimento molto verticistico e ad alto tasso mediatico diventare classe dirigente ritagliandosi una certa autonomia di azione. Allo stesso modo, è evidente che non c’è un progetto di lungo termine sulla classe dirigente che parta dalle esperienze amministrative delle città.

Un effetto anche della ferrea regola dei due mandati massimo che sta creando un fuggi fuggi verso Roma e il più blasonato Parlamento, dove con la politica si guadagna anche di più. Così, nella corsa al governo nazionale, i territori sembrano perdere la loro centralità nel cuore di Grillo&Co. E pensare che il M5S è nato dai meet-up e dalla militanza attiva che faceva leva proprio sui problemi dei territori.

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[Foto in apertura di Daniele Dainelli / Contrasto]

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