Seguici anche su

4 giugno 2017

Un film in realtà virtuale per vivere da migranti

Un corto in 3D firmato dai premi Oscar Iñárritu e Lubezki. Un’immersione nei panni di chi cerca di attraversare il confine fra Usa e Messico

Maria Laura Ramello

►  Dal nuovo numero di pagina99, in edicola il 2 giugno e in edizione digitale

Cannes. C’è una distanza tra i film che vediamo e la vita che viviamo. Fatta di poltroncine scomode, odore di pop-corn, vicini di posto fastidiosi. È la distanza che si porta dietro l’idealizzazione, il sogno o l’incubo, quella che permette al cinema, per dirla con Hitchcock, «di essere la vita con le parti noiose tagliate».

È questa distanza che la realtà virtuale sta cercando di colmare nelle sue applicazioni cinematografiche. E proprio per questo è in atto un dibattito che si interroga sulla possibilità, o meno, di chiamare ancora “cinema” questo tipo di esperienze.  Al Festival di Cannes da poco concluso è stata presentata in anteprima mondiale un’esperienza virtuale che porta la firma di due grandissimi del cinema, Alejandro González Iñárritu, regista vincitore di quattro premi Oscar, ed Emmanuel Lubezki, direttore della fotografia che di Oscar ne ha vinti tre, a fronte di otto candidature.

Entrambi di origine messicana, hanno unito le forze per immergere lo spettatore/attore in un frammento di viaggio compiuto da un gruppo di rifugiati, uomini donne e bambini che stanno cercando di entrare negli Stati Uniti d’America.  Il risultato è Carne y Arena, un film di 6 minuti e mezzo, momento centrale di un’esperienza e un percorso più ampio, che può essere vissuto una persona alla volta.

Dopo aver costeggiato il muro di lamiera arrugginita che sorge tra Messico e Usa dalle parti dell’Arizona (è stato possibile rimuoverlo e renderlo parte dell’installazione, poiché quel “muro” è in corso di smantellamento per far posto al vero muro voluto da Trump), si entra in una stanza colma di scarpe, scarpe vere di persone vere, perse nel deserto da chi ha tentato la traversata. Solo dopo essersi tolte le proprie, a piedi nudi, e solo dopo l’avvio di un allarme, è possibile accedere all’arena.

Lo spazio è grande e buio, il pavimento è ricoperto di sabbia. Qui si viene equipaggiati di uno zaino, che ha la doppia utilità di ricordare quello che portano i migranti e permettere agli addetti di tirarti indietro qualora ci si avvicini troppo al muro, si indossano poi un visore, un paio di cuffie e si viene catapultati nel deserto.

Non vogliamo raccontare troppo del “viaggio” perché sarà possibile compierlo, previa prenotazione online, dal 7 giugno al 15 gennaio 2018 alla fondazione Prada di Milano, che insieme alla Legendary Entertainment è produttrice del progetto. Ma è giusto riconoscere che questo non è davvero cinema. Il fatto che ci si possa muovere è una novità importante, al punto che al prossimo Festival di Venezia ci sarà una sezione dedicata interamente ai film in realtà virtuale – ma come era accaduto l’anno scorso con l’unico corto in programma, si rimarrà seduti su una sedia con l’unica possibilità di ruotare a 360 gradi.

Camminando invece c’è la possibilità della scoperta in profondità; non si è più di fronte a una sequenza di inquadrature ma si entra in un ampio spazio ricreato al computer, un 3D volumetrico dove i protagonisti sono in computer grafica, che permette un seppur limitato viaggio personale. Iñárritu ha scelto la realtà virtuale per «superare la dittatura dell’inquadratura, attraverso la quale le cose possono essere solo osservate».

Generoso da parte sua rinunciare all’imposizione della propria visione del mondo «per reclamare lo spazio necessario al visitatore per vivere un’esperienza diretta nei panni dei migranti, sotto la loro pelle e dentro i loro cuori». Ma il risultato è che non ci si sente più al cinema, si sconfina nell’immaginario, si entra dentro il virtuale, si arriva in mezzo al deserto.

C’è chi ha paragonato l’esperienza a un videogioco esplorativo, chi a uno spettacolo teatrale – in realtà installazioni del  genere non hanno ancora un nome, e la sensazione è quella di essere fantasmi chiamati a vedere senza essere visti, a diventare testimoni invisibili della crudeltà del mondo. Dati i costi altissimi nonché la necessità di ampi spazi e il fatto che la fruizione sia per uno spettatore alla volta, è quasi impossibile pensare a un’applicazione massiccia di questa tecnologia, è più facile che rimarrà, anche in futuro, un’esperienza da museo.

[Foto in apertura di Emmanuel Lubezki]

Altri articoli che potrebbero interessarti