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1 giugno 2017

Il piano di Angela Merkel per salvare l’Europa

Con le trattative sulla Brexit alle porte e una Casa Bianca sempre più aggressiva, Merkel ha deciso di accettare il ruolo di guida politica dell'Europa

Enrico Pedemonte

Alcuni anni fa l’Economist definì la Germania una «potenza egemone riluttante». C’erano tre barriere, scriveva il settimanale britannico, che impedivano ai tedeschi di prendere con coraggio la bandiera della leadership in Europa. La prima, psicologica, affonda le sue radici nella storia: persino la parola usata per indicare il leader, Führer, si porta dietro terribili ricordi che spingono i tedeschi a scegliere il ruolo defilato della pacifica Svizzera (economicamente prospera, politicamente modesta) piuttosto che quello ingombrante della grande potenza. La seconda è la convinzione (diffusa tra i tedeschi) che la vera causa della crisi dell’eurozona sia la pigrizia dei cittadini del Sud Europa: perché la Germania dovrebbe mettere mano al portafogli?

La terza ragione è tattica: meglio guidare l’Europa stando sul sedile posteriore che assumere ufficialmente la leadership, per evitare un’ostilità crescente nei Paesi dell’Unione. Ma ora Angela Merkel, con le trattative sulla Brexit alle porte e una Casa Bianca sempre più aggressiva, ha deciso di accettare la sfida. Con la Gran Bretagna che si sfila dall’Europa e gli Stati Uniti che rinunciano al ruolo di guida dell’Occidente, la Germania sceglie di assumersi le sue responsabilità. Merkel lo ha detto chiaramente: siccome non c’è più da fidarsi degli Stati Uniti, l’Europa deve prendere il futuro nelle proprie mani. E non si tratta solo di scaramucce verbali. Nell’ultimo anno è emerso chiaramente che sia la Russia di Putin sia gli Stati Uniti di Donald Trump puntano a disintegrare l’Europa.

Merkel si è convinta che Putin stia facendo di tutto per appoggiare, e non solo economicamente, la crescita dei movimenti populisti antieuropei. Straordinarie inchieste giornalistiche del Guardian e del New York Times hanno documentato come per la vittoria della Brexit e l’elezione di Trump hanno lavorato sofisticate aziende di comunicazione che hanno come scopo principale proprio l’allentamento dei legami europei e la rinascita dei nazionalismi. I legami che i russi intrattengono con il Front National in Francia, l’Afd in Germania e il M5S in Italia hanno questo preciso obiettivo. Si tratta di uno scenario troppo rischioso per essere ignorato e Merkel ha deciso di abbandonare l’antica riluttanza per assumere un ruolo più attivo.

C’è anche un calcolo elettorale in questa scelta. Per la prima volta i sondaggi pubblicati in Germania dicono che i tedeschi chiedono più integrazione europea. E l’elezione di Macron le mette pressione. Vuole essere lei a presentare ai suoi elettori una visione del futuro dell’Europa. Sono numerosi i segnali che indicano la volontà dei tedeschi di rafforzare la loro leadership a Bruxelles. Nei giorni scorsi nella capitale belga è circolato un Position Paper che chiede di consentire alla Commissione europea di congelare i finanziamenti ai Paesi dell’Unione che non rispettano adeguati standard nel rispetto delle regole, in particolare di quelle legate alla democrazia interna, ma non solo.

L’obiettivo è penalizzare un Paese come la Polonia che in questo momento si sta scontrando con le autorità europee su temi come l’indipendenza del potere giudiziario e potrebbe vedere congelati i fondi per lo sviluppo delle regioni più povere: si tratta di 86 miliardi di euro nei sette anni del budget europeo che si conclude nel 2020. Ma anche, e soprattutto, di quelli previsti dal budget dei sette anni successivi, su cui si sta lavorando. I tedeschi chiedono che la concessione dei «fondi di coesione» venga utilizzata per incentivare gli Stati membri a «implementare le necessarie riforme strutturali». Un modo per legare gli aiuti europei alle riforme ritenute necessarie da Bruxelles, cioè da Berlino. E rafforzare il ruolo delle istituzioni europee togliendo ulteriore spazio ai governi locali. Un obiettivo realistico?

Per rispondere a questa domanda ci torna alla memoria un libro pubblicato nel 2011 da un economista di Harvard, Dani Rodrik. Nel libro (intitolato The Globalization Paradox, in Italia tradotto come La globalizzazione intelligente, Laterza 2011) veniva introdotto il concetto di «trilemma della globalizzazione», cioè l’impossibilità di far convivere allo stesso tempo la democrazia, lo Stato nazione e la globalizzazione economica. Per andare avanti – sosteneva Rodrik – alla lunga ogni Paese dovrà rinunciare a una di queste tre cose. La maggioranza dei cittadini britannici ha scelto di salvare lo Stato nazione e la democrazia rinunciando all’Unione europea. La stessa tentazione potrebbe dilagare in altri Paesi e Merkel sembra voler scongiurare questa possibilità prendendo la bandiera dell’europeismo per accelerare l’integrazione.

Merkel sembra dire che, per difendere la democrazia e la globalizzazione, sarà necessario rinunciare a molti privilegi dello Stato nazione, cioè a una parte della propria sovranità a vantaggio dell’Europa, un modo per aggirare il trilemma di Rodrik. Non sarà una strada facile, e non è ovvio che Merkel sarà in grado di andare fino in fondo. Ma la via, dopo gli choc della Brexit e di Trump alla Casa Bianca, è tracciata.

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