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29 maggio 2017

Euro sì o no: Zingales studia da ministro 5 stelle

Nemmeno la Lega di Salvini parla più di uscire dalla moneta unica. L’economista però continua a tenere in vita un dibattito morto. Per quale motivo?

L’alieno gentile

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A metà dello scorso aprile Luigi Zingales, Professor of entrepreneurship and finance alla Graduate School of Business dell’Università di Chicago, si è fatto carico del lancio di un dibattito da proporre sul Sole 24 Ore sull’opportunità della permanenza o uscita dell’Italia dall’euro, così ha aperto (d’accordo con la direzione) ai contributi di economisti italiani e stranieri sul tema.

Il dibattito è programmato per svilupparsi in tre tappe: stabilire se nel lungo periodo è preferibile per l’Italia avere l’euro o no; stimare quanto elevati (e duraturi) possano essere i vantaggi e gli svantaggi della svalutazione che seguirebbe naturalmente dopo un’uscita dell’Italia dall’euro; determinare quanto elevati sarebbero i costi (economici e politici) di una nostra uscita unilaterale dall’euro.

Il primo a intervenire è stato John Cochrane, senior fellow alla Hoover Institution dell’Università di Stanford, un accademico di primissimo piano, ma non tutti i protagonisti che sono seguiti hanno mantenuto un livello così alto. Alla fine della prima fase Zingales si sorprende che gli economisti vengano «arruolati a difesa dell’euro in qualità di esperti, quando a difenderlo dovrebbero essere gli scienziati della politica».

Verrebbe da chiedergli perché mai lui li abbia convocati, gli economisti. Ma in realtà c’è un’altra voglia che viene fortemente stimolata leggendo questo dibattito. L’argomento “euro sì – euro no” è oggi già ampiamente superato nella dialettica politica. Persino la Lega Nord ha abbandonato la linea no-euro al suo congresso, specificando che punterà a muoversi all’interno del perimetro definito dai Trattati Europei. Potrebbe essere più attuale un dibattito su Schengen o sui dazi, perché la circolazione delle persone e delle merci comportano problemi tangibilmente vissuti dai cittadini.

Zingales è da tempo alla ricerca di visibilità politica: dopo aver fondato (e poi abbandonato) “Fare per fermare il declino” qualche anno fa, oggi sembra flirtare con chi sta agli antipodi dell’approccio liberista: il Movimento 5 Stelle. I latini, parlando di questo dibattito, avrebbero sintetizzato con “Cui prodest? Cui bono?”. Parlare di restare o uscire dall’euro quando ormai, dopo la sconfitta di Marine Le Pen, nessun partito di rilievo propone l’uscita dalla moneta unica è quasi un esercizio vintage.

Oltretutto, come lo stesso Zingales sottolinea, per l’Italia l’uscita dall’euro sarebbe foriera di una naturale svalutazione, e curiosamente il National Bureau of Economic Research (Nber) ha pubblicato in questi giorni un paper intitolato The distributional consequences of large devaluations (Le conseguenze distributive di una massiccia svalutazione, ndr), di estremo interesse e che approfondisce proprio questo argomento, valutando il diverso impatto della svalutazione sulle differenti fasce di reddito della popolazione. Siamo certi che il professor Zingales riterrà autorevole la fonte, visto che è faculty research fellow dello stesso Nber.

Il paper fa una analisi basata sui casi storici, come il peso in Messico nel 1994, il baat in Indonesia nel 1998 o la lira d’Egitto nel 2000-2005, mostrando come l’aumento del costo della vita che deriva da una svalutazione colpisce maggiormente le fasce più deboli della popolazione, facendo così invariabilmente allargare le disuguaglianze sociali: secondo i calcoli effettuati dagli analisti il decile a reddito più basso subisce – nei casi di svalutazione – un aumento di inflazione circa una volta e mezzo quella che colpisce il decile a reddito più alto. E non si tratta di un balzello provvisorio che si riassorbe in una seconda fase, perché le cose non migliorano affatto negli anni seguenti.

Dietro questi risultati ci sono vari aspetti: la reattività diversa dei prezzi tra tradable e non-tradable goods a fasi di svalutazione monetaria; la diversa tipologia di spese, per categorie merceologiche, che le differenti fasce di consumatori si ritrovano a fare; il fatto che i poveri tendono a comprare beni che hanno margini di distribuzione più bassi, e pertanto sono privi di ammortizzatore nello scaricare sui prezzi finali i costi della svalutazione.

Si potrebbe pensare che questi effetti vengano mitigati dal fatto che i consumatori a reddito più alto abbiano una preferenza mediamente più spiccata per i beni di importazione, subendo maggiormente – sui prezzi dei prodotti che acquistano – l’impatto di una svalutazione. Ma lo studio mostra come l’eventuale perdita di vendite induce il produttore straniero ad abbassare i prezzi.

Che si tratti dei redditi più bassi o di quelli più alti, parliamo comunque di una perdita di salario reale che oscilla fra il 40% e il 50%, e allora la domanda sorge spontanea: se nella parte più alta della società la questione permanenza/uscita dall’euro è storia vecchia e archiviata, a che serve invitare economisti italiani ed esteri per un dibattito, rivolto a questo punto ai ceti medio-bassi, quando alla luce dei dati basterebbe dire “se sei un salariato la svalutazione ti renderà ancora più povero, sia in assoluto che relativamente a chi è più ricco”?

Cui prodest? Chi se ne giova? L’unica risposta che viene alla mia poco fantasiosa mente ha la forma di una poltrona parlamentare con davanti un leggìo che indica “L. Zingales”.

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