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26 maggio 2017

Le prime crepe nella ’ndrangheta tradita dalle madri

L’affiliazione è diventata meno proficua. Così sempre più donne chiedono di togliere i figli ai clan. Incrinando la vera forza dell’organizzazione: la famiglia

Danilo Chirico

Cellula alla base dell’organizzazione, scrigno per custodire le regole, luogo sicuro per progettare e proteggere gli affari, asse attraverso cui trasmettere lo scettro del comando. C’è la famiglia all’origine delle fortune della ’ndrangheta. «I vincoli familiari», sostiene lo storico Enzo Ciconte, «sono stati la più potente forma di protezione delle cosche calabresi: difficilmente sei disponibile a parlare contro un fratello o un genitore». Non è un caso, allora, se a fronte dei 1.235 pentiti italiani (dati 2015 del Servizio centrale di sicurezza) solo 156 appartengano ai clan calabresi: la metà di Cosa nostra e appena un quarto della camorra.

Sono state queste solide radici familiari, insomma, insieme alla capacità di stare nel potere e nel capitalismo, all’esercizio della violenza e alla scelta di non partecipare alle stragi degli Anni Novanta, a permettere alla ’ndrangheta di costruire la sua dimensione glocal – testa in Calabria, mani nei cinque continenti – e a determinarne l’inarrestabile ascesa. Eppure oggi, proprio mentre la ’ndrangheta raggiunge il primato mondiale nel traffico della cocaina, il cuore del sistema mostra le prime inattese crepe.
Un’iperbole di ottimismo? Possibile. Ma forse vale la pena riordinare i pezzi di questa macchina perfetta, che inaspettatamente rischia di incepparsi.

La prima, e forse più importante, spia rossa per i boss è comparsa tra i dati del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria dove è in corso una piccola rivoluzione: dal 2012 a oggi, infatti, il presidente del Tribunale Roberto Di Bella ha emesso 40 decreti di decadenza o limitazione della potestà genitoriale. Significa cioè che 40 ragazzi e ragazze sono stati “tolti” ai genitori ‘ndranghetisti e stanno vivendo una nuova vita. Un colpo concreto, e anche di immagine, per i clan.

«Abbiamo dato a questi giovani la possibilità di conoscere un’alternativa e di decidere del loro futuro», racconta il magistrato. Raggiunta la maggiore età, sono loro a scegliere se continuare a vivere liberi o tornare nel clan. Un processo sociale difficile, sul cui esito nessuno può offrire garanzie, ma «finora», rassicura Di Bella, «abbiamo ottenuto risultati importanti anche con situazioni che sembravano impossibili e, da quanto ci risulta, nessuno ha più commesso reati di mafia. Inoltre anche chi è rientrato a casa continua a chiederci sostegno». Una goccia nel mare, forse. O piuttosto un insidioso granello di sabbia dentro un delicato ingranaggio…

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[Foto in apertura di Giulio Piscitelli / Contrasto]

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