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25 maggio 2017

Il terzo carcere a Napoli, Prison Valley d’Italia

Il governo va avanti con il piano di un maxi-istituto da 1.200 posti alle porte della città. Contraddicendo la promessa di costruire solo piccole prigioni decentrate

Samuele Cafasso

Aprile 2016: gli Stati generali dell’esecuzione penale voluti dal ministro Andrea Orlando terminano i lavori con la raccomandazione di limitare al minimo la detenzione come pena correttiva e costruire, se proprio necessario, nuove carceri solo di piccole dimensioni, possibilmente inserite all’interno dei contesti urbani. Marzo 2017: il governo pubblica il bando per la realizzazione di un maxicarcere da 1.200 detenuti a Nola, provincia di Napoli, in un’area completamente scollegata da centri urbani. Non solo: si tratta del terzo polo nella grande Napoli, dopo Secondigliano e Poggioreale, area dove è difficilissimo già adesso portare avanti i piani di rieducazione dei condannati.

Intanto continua a salire il numero di detenuti nel nostro Paese: erano 52mila a fine 2015, sono saliti a 54.653 a fine 2016 e ad aprile hanno toccato quota 56.436. Sono oltre seimila in più della capienza massima, secondo i dati ufficiali. «In realtà la situazione è di molto peggiore perché in Italia vi sono almeno cinquemila celle inagibili» sostiene la deputata Rita Bernardini che, insieme a Luigi Manconi, chiede «una amnistia e un indulto» per far fronte a una situazione «di totale illegalità». Una proposta, ammette lo stesso Manconi, che «ha scarsissime possibilità di passare in questa legislatura, ancora meno nella prossima».

Sono passati quattro anni dalla sentenza Torreggiani con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato il Paese per le condizioni disumane delle carceri. Quattro anni in cui il numero dei detenuti, soprattutto grazie a misure temporanee, è prima calato drasticamente ma che, adesso, è iniziato a risalire. La Campania è diventata il territorio dove si misurano tutte le contraddizioni e le difficoltà del nostro sistema carcerario. Un carcere a Nola era già previsto nel piano del governo Berlusconi che, dieci anni fa, intendeva risolvere il problema del sovraffollamento carcerario con «20 mila nuovi posti» da realizzare con una pioggia di soldi, 1,5 miliardi di euro.

Piano naufragato. Quando arriva il governo Renzi, Orlando cambia linea: convoca gli Stati Generali e promuove un disegno di riforma che da una parte acceleri l’uso delle pene alternativa e che, dall’altra, renda la detenzione più umana, intervenendo sull’architettura carceraria, sul diritto all’affettività dei detenuti, sull’ampliamento delle occasioni di lavoro negli istituti di pena come strumento di rieducazione. Tutto questo è previsto nella delega al governo contenuta nella riforma penale all’esame del Parlamento. «Ma dopo, ovviamente, dipenderà da come tutto questo verrà tradotto in atti concreti dal governo» mette le mani avanti Bernardini.

Intanto rispunta il maxi-carcere di Nola. E fa litigare gli architetti che pure erano stati chiamati dal governo stesso a dare il loro parere su una nuova stagione dell’edilizia carceraria. Cesare Burdese definisce il progetto «un “crimine architettonico” perché disumano; una proposta calata dall’alto, in un vuoto di tradizione di studi e sperimentazione;· un regresso sul piano del trattamento penitenziario». Perché allora andare avanti su Nola?

La spiegazione ufficiale è che Nola sia necessario per garantire il principio di territorialità, secondo cui ogni detenuto dovrebbe scontare la pena il più possibile vicino a casa. Ad oggi la Campania ospita settemila detenuti, con un’eccedenza rispetto alla capacità degli istituti di pena di oltre novecento unità. I detenuti residenti campani però sono oltre novemilacinquecento. Anche escludendo i 41bis, c’è un numero rilevante di detenuti “in trasferta”.

Ma basta questo a giustificare un maxicarcere quando la linea annunciata era stata quella di chiudere quella stagione? Alessio Scandurra, associazione Antigone, parla del rischio di una “prison Valley” campana e punta il dito sulle burocrazie statali: «Questo è un progetto che farà contente le decine di agenti di polizia campani che potranno così tornare a casa. Si pensa a loro, non ai detenuti. Era già successo con Favignana quando, chiuso il vecchio carcere, se ne è costruito uno poco più in là per rispondere alle esigenze dell’indotto carcerario. In Italia la politica penitenziaria si fa ancora così, anche se non si dovrebbe».

In realtà il progetto è molto cambiato rispetto alla prima versione: sarà un carcere senza il muro di cinta esterno, costruito secondo una logica che “mima” la vita familiare, raggruppando i carcerati in unità residenziali simili ad abitazioni civili, con spazi dedicati all’affettività dei detenuti.

Per questo l’architetto Luca Zevi, che del tavolo dedicato all’edilizia penitenziaria degli Stati generali è stato il coordinatore, non boccia completamente il progetto: «Sia chiaro, io mai avrei fatto un maxi-carcere – premette – però l’attuale progetto è senz’altro migliore di quello di partenza. Come Stati generali non c’è una pronuncia ufficiale, io come singolo ho preferito intervenire ottenendo un miglioramento, “il meno peggio”, per così dire. Con un no netto il carcere sarebbe stato costruito lo stesso, e con un progetto peggiore di quello poi approvato». Ma la nuova stagione delle carceri italiane, quella è ancora lontana.

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