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25 maggio 2017

Perché non riusciamo a battere il terrorismo

Gli sforzi di prevenzione – 339 arresti dal 2015 in poi, 13 attentati sventati, 500 indagini in corso – non sono bastati alle autorità britanniche a evitare la strage di Manchester

Domenico Lusi

► Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 26 maggio e in edizione digitale

La ritirata dell’Isis in Siria e Iraq non basterà a fermare gli attacchi terroristici in Europa, aveva avvertito lo scorso marzo il capo dell’antiterrorismo di Scotland Yard, Mark Rowley: lo Stato Islamico sta pianificando un attentato «enorme e spettacolare» in Gran Bretagna contro «lo stile di vita occidentale» – aveva aggiunto – e per portarlo a termine «potrebbe utilizzare paramilitari» addestrati a questo scopo. Gli sforzi di prevenzione – 339 arresti di sospetti terroristi dal 2015 in poi, 13 attentati sventati, 500 indagini in corso – non sono bastati alle autorità britanniche a evitare la strage al concerto di Ariana Grande a Manchester.

Da un lato, ha spiegato Mario Parente, direttore dei nostri servizi segreti interni (Aisi), le sconfitte militari dell’Isis in Medio Oriente hanno aumentato il rischio di attentati anziché ridurlo, perché hanno indotto il sedicente Califfato a un cambio di strategia, con un sostanziale  ritorno a una sorta di franchising del terrorismo incaricata di colpire l’Occidente e i suoi alleati.  Le prime avvisaglie si sono avute con le stragi di gennaio a Baghdad e Istanbul. Dopo l’attentato del 22 marzo del lupo solitario Khalid Masood a Westminster, l’intelligence britannica ha rivelato che dei 700 foreign fighters partiti negli anni dal Regno Unito per andare a combattere nelle file dello Stato Islamico, 400 avevano già fatto ritorno con l’incarico di colpire in patria.

Dall’altro, nonostante le sconfitte sul terreno, la capacità di reclutamento dell’Isis – che ha rivendicato l’attentato di Manchester su Telegram – è rimasta intatta, per ammissione dello stesso Rowley, sia in Gran Bretagna che negli altri Paesi europei, e con essa la minaccia terroristica. Proprio Manchester è da tempo una delle piazze di  arruolamento jihadiste più attive. Tre anni fa fece il giro del mondo la notizia di Zahra e Salma Halane, due gemelle somale di 16 anni fuggite in Siria per raggiungere il fratello maggiore e offrirsi in spose ai miliziani di Al Baghdadi. Ma in città fa proseliti anche Al Qaeda, sia nella storica comunità pachistana, sia tra i convertiti. L’ultimo caso è  quello di Aabid Ali, nome adottato dopo la conversione da Darren Glennon, incriminato pochi giorni fa per terrorismo  perché trovato in possesso di un manuale di Al Qaeda per fabbricare bombe artigianali che intendeva piazzare in una base della Raf.

Salman Ramadan Abedi, l’attentatore kamikaze di Manchester, aveva 22 anni, era un cittadino inglese di origini libiche ed era già noto alle forze dell’ordine e all’intelligence del Regno Unito. Figlio di una famiglia di rifugiati libici arrivati in Inghilterra negli anni ’90, Abedi studiava economia all’Università di Salford ed era da poco rientrato da un viaggio in Libia, Paese dove i genitori erano tornati a vivere e dove lui si recava con sempre maggiore frequenza. Alcuni vicini di casa lo descrivono come un tipo tranquillo, anche se un po’ solitario, altri come un ragazzo strano, che non faceva mistero di simpatizzare per lo Stato Islamico.

Il giovane si sarebbe radicalizzato dopo essere entrato in contatto con Raphael Hostey, anche lui di Manchester, un reclutatore dell’Isis ucciso in Siria da un drone americano un anno fa e noto anche con il nome di Abu Qaqa al-Britani.  Salman Abedi avrebbe agito con la complicità del fratello minore Hashem, 20 anni, (arrestato in Libia con il padre Ramadan Abedi, affiliato al Lybian Islamic Fighting Group collegato ad Al Qaeda) e con il supporto una cellula terroristica legata proprio all’Isis. Tra i suoi contatti, sospettano gli inquirenti del Regno Unito, potrebbero esserci nomi di spicco della galassia jihadista, tra cui Abd al-Baset Azzouz, anche lui reclutatore dell’Isis ed esperto di esplosivi, e Abdalraouf Abdallah, condannato a nove anni per proselitismo e punto di contatto tra gli affiliati allo Stato Islamico britannici e la cellula belga responsabile degli attacchi a Parigi e Bruxelles.

Prima di aderire all’Isis, Salman Abedi sarebbe stato inoltre in contatto con membri di una gang giovanile di Manchester. Un particolare che, se confermato, ribadirebbe la compenetrazione simbiotica tra Isis e criminalità comune già emersa dalle indagini sugli attentati di Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino. «Il legame tra microcriminalità e terrorismo islamico non è certo un fenomeno nuovo», ha spiegato tempo fa l’esperto di antiterrorismo Alain Grignard intervenendo al Combating Terrorism Center di West Point, «la novità è nelle dimensioni. La propaganda dello Stato Islamico sui social media ha impresso un’enorme accelerazione. I giovani musulmani con storie di delinquenza aderiscono all’Isis come a una sorta di super gang».

L’accademico belga Rik Coolsaet, che ha studiato a fondo il fenomeno della radicalizzazione, individua due principali bacini di reclutamento. Il primo comprende proprio giovani con storie di criminalità comune per i quali «aderire all’Isis rappresenta solo il passaggio a un’ulteriore forma di devianza», la trasformazione «da delinquenti senza futuro in mujaheddin che lottano per una causa» – qualcosa di  simile al fenomeno descritto da Roberto Saviano nel suo ultimo libro, La paranza dei bambini. L’altro coinvolge i giovanissimi (l’età media va dai 15 ai 20 anni) «quasi sempre adolescenti arrabbiati, isolati, spesso in conflitto con la loro famiglia e con gli amici, in cerca di senso di appartenenza e di una causa da sposare».

In questi casi, scrive l’Europol, il reclutamento avviene in tempi molto rapidi: «Quanto più i candidati sono giovani e impressionabili, tanto più velocemente avviene la radicalizzazione». Secondo Nazir Afzal, procuratore del Crown Prosecutor Service britannico, Isis e Al Qaeda hanno su questi teenager la stessa forza di attrazione delle star della musica, parlano degli jihadisti  «come un tempo si parlava dei Beatles e più di recente degli One Direction o di Justin Bieber. I ragazzi vogliono essere come loro, le ragazze vorrebbero stare con loro».

Per questi giovani in cerca di identità e per gli sbandati con già alle spalle storie di microcriminalità messaggi come quello di Al Baghdadi o di Hamza Bin Laden, nuovo leader di Al Qaeda e figlio del fondatore – una settimana fa i due hanno lanciato un appello a colpire «i crociati occidentali» e a seminare morte con ogni strumento – possono esercitare una presa irresistibile. Perché danno loro una causa con cui identificarsi e una chance di rivalsa nei confronti di una società alla quale non sentono di appartenere.

[Foto in apertura di Christopher Furlong / Getty Images]

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