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24 maggio 2017

Sento rumori di mammut provenire dal Pleistocene (Park)

In Siberia, nel 1996, Sergey e Nikita Zimov hanno creato un parco in cui reintrodurre gli antichi animali delle steppe. Per salvarci dal cambiamento climatico

Alessandro Vitale

Chersky, Jacuzia, 68esimo parallelo Nord. Prendete una stazione di ricerca sperduta nella tundra siberiana e due scienziati russi, padre e figlio, dedicati a un progetto in solitaria da vent’anni, isolati da tutto e tutti. Immaginate un nemico, invisibile e letale, nascondersi nel cuore della terra russa per chilometri e chilometri, minacciando il futuro dell’umanità. La fredda cronaca dei fatti (qui è davvero il caso di dirlo) potrebbe ricordare la trama di un film di spie o la genesi di un super cattivo da graphic novel. Eppure la storia di Sergey e Nikita Zimov non potrebbe essere più diversa, né gli obiettivi più divergenti.

Da quando Nikita, il padre, ha fondato il Pleistocene Park nel 1996, il suo traguardo è sempre stato lo stesso: salvare il mondo dal cambiamento climatico. Nel parco, che oggi si estende per 130 mila chilometri quadrati nella Siberia orientale, i due scienziati provano a ricostruire gli ecosistemi delle steppe presenti 10 mila anni fa durante il Pleistocene, l’ultima età prima del grande sviluppo umano.

 

Terra che ribolle

Sotto i loro piedi c’è la tundra russa, ricoperta da un manto erboso in primavera e di neve per il resto dell’anno; appena più sotto c’è il permafrost, uno strato di terra perennemente ghiacciato ma ricco di materiale organico, dove i batteri possono produrre grandi quantità di metano e CO2. Oggi, con l’aumento delle temperature, quel terreno ha cominciato a sciogliersi rilasciando i gas serra nell’atmosfera.

Un recente studio ha stimato che, se la fusione del permafrost continuasse a questo ritmo, entro il 2100 potrebbero liberarsi in atmosfera 205 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Per capire le proporzioni del problema, basti pensare che ogni anno vengono rilasciati in atmosfera 35 miliardi di tonnellate di CO2, una quantità già adesso insostenibile.

 

Come le praterie africane

Il parco nasce con un’idea precisa, semplice e allo stesso tempo ambiziosa: reintrodurre qui i grandi mammiferi che un tempo abitavano le steppe, usarli per modificare il territorio e ritrasformarlo in una grande prateria come al tempo del Pleistocene. Se oggi il paesaggio della tundra appare brullo e ghiacciato, punteggiato da abeti e pini, al tempo dell’ultima era glaciale il suo aspetto doveva essere ben diverso.

«Qualcosa di molto simile alle grandi praterie africane del Serengeti», racconta Sergey Zimov, oggi a capo della gestione del parco, in un lungo reportage pubblicato dall’Atlantic. Freddo, certo, ma ricco di prati e animali in branco capaci di brucare il terreno e concimarlo, rendendo l’ecosistema produttivo e brulicante di vita. Nella stagione invernale, poi, il passaggio di questi grandi mammiferi aiutava a calpestare il terreno, esponendo il suolo alle temperature artiche che raggiungono i sessanta gradi sottozero e preservando il permafrost nel suo stato congelato. In questi vent’anni sono già stati reintrodotti diversi erbivori come cavalli selvatici, alci, renne, buoi muschiati e bisonti americani, in grado di pascolare il terreno e contribuire al riciclo dei nutrienti.

Poche settimane fa i due scienziati hanno raccolto 100 mila dollari sulla piattaforma di crowdfunding Kickstarter per portare il loro lavoro al livello successivo: importare altri bisonti e yak, espandersi e contribuire in modo significativo alla lotta contro il cambiamento climatico. Nelle intenzioni dei ricercatori si tratta di una grande opera di rewilding, cioè una ricostituzione degli ecosistemi naturali, e insieme un esperimento di geo-ingegneria su larga scala: «Il più grande progetto della storia umana», come lo descrive Sergey Zimov.

 

De-estinguere il mammut

La ricostruzione della steppa passa anche attraverso la reintroduzione dell’animale dei ghiacci più conosciuto, il mammut lanoso. Non un problema simbolico, ma il tassello finale per rimodellare l’ecosistema. Come gli elefanti africani del Kruger Park in Sudafrica, questi grandi mammiferi sarebbero in grado di abbattere gli alberi e aprire definitivamente la strada alla crescita delle praterie erbose del Nord. La maggior parte degli esemplari però si è estinta alla fine del Pleistocene e poi definitivamente circa 3700 anni fa. Fate presente il problema a Sergey Zimov e vi risponderà con un laconico: «È vero, non li abbiamo ancora. Ma è solo questione di tempo».

A gennaio del 2017 il genetista di Harvard George Church, tra i padri della tecnica di editing genomico Crispr/Cas9, ha dichiarato di poter creare un embrione con genoma ibrido di elefante e mammut entro un paio di anni, ponendo le basi per la de-estinzione della specie. Il momento in cui il mammut lanoso potrebbe tornare a camminare sulla terra, comunque, è ancora lontano e incerto. Come racconta la biologa molecolare ed evoluzionista Beth Shapiro nel libro How to Clone a Mammoth: The Science of De-Extinction, fare stime è piuttosto difficile.

Per ottenere un embrione vitale bisognerebbe ricostruire tutta la sequenza del genoma, che nei campioni di Dna di mammut recuperati è stata persa per lunghi tratti. Un puzzle non banale da ricostruire anche usando frammenti del genoma di elefante asiatico, il parente più prossimo. Esiste poi il problema della gestazione, perché costruire un utero artificiale in grado di sostenere la crescita dell’animale sarebbe un’impresa tecnica ben al di là delle possibilità attuali. Church tira dritto per la sua strada e insieme alla sua equipe stima di riuscirci entro dieci anni, ma anche in questo caso una previsione sui tempi è complessa.

A Sergey Zimov, comunque, queste preoccupazioni importano poco: «Sarebbe carino rivedere dei mammut qui intorno ma non cerco di rendere il mondo più verde e basta. Voglio soltanto provare a risolvere il grande problema del cambiamento climatico. Lo faccio per gli umani. Ho tre figlie e lo faccio per loro». Qui risiede il fascino del Pleistocene Park. Qualunque sia il risultato degli Zimov, che falliscano o che i grandi animali tornino a popolare le steppe del Nord, molto probabilmente sentiremo ancora parlare di loro.

[Foto in apertura di Eric Baccega / Contrasto]

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