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24 maggio 2017

Investi nelle medie aziende! (E ti ritrovi i crediti deteriorati)

I Piani individuali di risparmio sono stati pensati per far confluire denaro verso l’economia reale. Le Pmi si sono rafforzate, ma ora a pagare il conto rischiano di essere i risparmiatori

L'Alieno Gentile

Di buone intenzioni è lastricata la via che porta all’inferno, dice un vecchio adagio. Con l’intento di catalizzare dei capitali sull’economia reale il governo ha lanciato, nella Legge di Bilancio 2017, i piani individuali di risparmio (Pir). Si basano su un semplice principio: viene concesso un beneficio fiscale a chi destina stabilmente investimenti su titoli di aziende italiane, in particolare medio-piccole. L’incentivo vuole favorire la ricerca di capitale da parte delle imprese, considerate le difficoltà crescenti del sistema bancario, mentre gli aiuti erogati dalla Banca centrale europea faticano a raggiungere l’economia reale.

I Pir offrono la totale esenzione fiscale sul capital gain (il guadagno in conto capitale determinato dalla differenza tra prezzo di acquisto e di vendita, ndr) e da imposte di successione/donazione, ma a patto di soggiacere a un vincolo temporale (5 anni): capitali investiti con pazienza per realizzare progetti di sviluppo e per non favorire la speculazione.

L’idea risale alla manovra finanziaria del 2011 (decreto legislativo 138), ma sono rimasti fino allo scorso dicembre in attesa di provvedimenti attuativi. L’esperimento non è originale: nel Regno Unito oggi ci sono 500 miliardi di sterline di asset negli Isa (Individual Saving Accounts, introdotti nel 1999), in Francia 120 miliardi di euro nei Pea (Plan d’Epargne Action, dal 1992), in Canada 150 miliardi nei Tfsa (Tax Free Saving Accounts, dal 2008).

Ma mentre gli operatori si attrezzano alla loro realizzazione, i Pir hanno già realizzato un effetto sulle Borse: dalla loro introduzione, l’aspettativa di capitali dei risparmiatori indirizzati verso i Pir, dove resteranno perché vincolati alla permanenza, ha spinto trader e operatori professionali ad anticipare il trend: così hanno comprato le azioni delle mid e small cap italiane (società e piccola o media capitalizzazione, ndr) un effetto detto “frontrunning”.

Qualche esempio, da inizio anno: Brunello Cucinelli +20%, Fila +38%, Geox +27%, Piaggio +16%, Technogym +50%, Biesse +66%, Fincantieri +90%. L’indice Star, rappresentativo di imprese medio-grandi, segna oltre +25% dall’inizio dell’anno, così come l’indice Ftse Italia small cap, mentre il Ftsemib (l’indice dei titoli a grande capitalizzazione) registra “solo” un +9%. Su BorsaItaliana è già disponibile un Etf (Exchange Traded Fund) “Pir” (poche banche però sono già pronte alla sua gestione fiscale ai sensi del decreto) che da inizio anno guadagna oltre il 30%.

Cosa è successo? Il Pir è uno strumento che può allettare tanti piccoli risparmiatori, ma di certo non attrae gli operatori professionali e i trader, che barattano volentieri un beneficio fiscale ipotetico con la certezza di essere liberi da vincoli temporali. Il movimento di Borsa fa paradossalmente gridare al “successo” dell’iniziativa Pir, che in realtà è poco oltre la gestazione. Vengono proclamati grandi numeri, ma per lo più si tratta di vecchi fondi ridenominati “Pir”.

Intanto appaiono le prime brutte avvisaglie: il sistema bancario è alla disperata ricerca di risorse per l’acquisto di crediti deteriorati (Npl) a prezzi “di favore”. Attraverso un emendamento, le cartolarizzazioni di Npl sono state etichettate come strumenti diversificati ad alto rendimento, utilizzabili per strumenti previdenziali come fondi pensione e Pir, che diligentemente provvederanno a comprare ciò di cui le banche devono disperatamente liberarsi. La situazione che si è venuta a creare è quindi la seguente: mentre le banche si apprestano a distribuire sul mercato dei prodotti costruiti su misura sui parametri previsti dalla legge per i Pir, il mercato ha già portato le valutazioni molto più in alto.

Il rischio, per i risparmiatori, è di assumere un vincolo di investimento di cinque anni per godere di un beneficio fiscale che sarà tale solo in caso di guadagno (visto che è l’esenzione dal capital gain) su mercati che nel frattempo potrebbero già essere sopravvalutati o che, nell’arco del quinquennio, potrebbero essere colpiti da una crisi globale e vedendosi inserire nel portafoglio le partite problematiche dei bilanci bancari. E per farlo dovranno sottoscrivere dei prodotti costruiti appositamente, sostenendone i relativi costi. I trader più attivi e veloci in questi mesi appena trascorsi dovranno pagare le imposte, ma intanto si sono assicurati un succulento guadagno.

[Foto in apertura di Vittorio Zunino Celotto / Getty Images]

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