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20 maggio 2017

Giunta Raggi, il fallimento in sette mosse

Debito, tasse, patrimonio, partecipate, infrastrutture, rifiuti, lavoro. A quasi un anno dall’insediamento, il piano del M5s per cambiare Roma resta un libro dei sogni

Vincenzo Bisbiglia

The filthy metaphor of Rome, “La sporca metafora di Roma”, titolava il 10 maggio il New York Times – che già nel 2015 criticò il “marziano” Ignazio Marino, sancendone il declino – nel commentare la triste fotografia della Città Eterna invasa (di nuovo) dai rifiuti. Siamo quasi arrivati al primo compleanno di Virginia Raggi sindaco della capitale, ma la città non ha ancora compiuto il cambio di passo assicurato dal M5S.

Dal bilancio alla gestione del patrimonio, dall’immondizia ai trasporti, dalle grandi opere al lavoro, gli annunci con il passare dei mesi hanno lasciato spazio alla realtà, fatta di norme, vincoli e contrasti politici interni. Così, se “Roma Fa (ancora) Schifo” – parafrasando il titolo di un noto blog – è anche perché i dossier sui grandi temi, quelli che il M5S aveva promesso di risolvere una volta per tutte, sono ancora fermi sulla scrivania della sindaca. In particolare questi sette.

Ridiscutere il debito con le banche e abbassare la pressione fiscale. Uno dei principali intendimenti elettorali fin qui rimasti inevasi. Il debito complessivo di Roma Capitale ammonta a 13 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi iscritti in bilancio e quasi 12 miliardi girati alla cosiddetta gestione commissariale governativa, un artificio contabile concordato con Palazzo Chigi che negli anni ha permesso al Campidoglio di evitare il blocco dei conti.

La proiezione più ottimistica indica nel 2044 l’estinzione di questa sorta di maxi-mutuo che i romani hanno contratto (prima con Alemanno nel 2008 e poi con Marino nel 2013) con il resto degli italiani, al costo di sottostare alle aliquote Irpef e Irap più alte del Paese, ben 750 euro l’anno oltre la media. Eppure i margini di manovra ci sarebbero: il crollo dei tassi d’interesse, in primis, ma soprattutto la condizione surreale che vede oltre il 50% di questi debiti senza titolare, dunque non rivendicati. Molti di questi oneri derivano, infatti, da espropri compiuti (e mai risarciti) negli anni ’50 e ’60, con cause che si sono trascinate fino ai giorni nostri: basterebbe effettuare una ricognizione puntuale per capire quali di questi impegni possano essere definitivamente stralciati…

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[Foto in apertura di Nadia Shira Cohen / The New York Times / Contrasto]

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