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17 maggio 2017

Sermoni e soldi di Ebrahim Raisi, il populista iraniano

Ritratto di uno dei sei candidati ammessi dal Consiglio dei Guardiani alle elezioni presidenziali che si terranno in Iran il prossimo 19 maggio

Giuliano Battiston

MASHAD. «Se parliamo di lui, meglio evitare il mio nome e cognome». Siamo a Mashad, seconda città iraniana, nel nord est del Paese, a qualche chilometro dal confine con l’Afghanistan. «Qui è molto potente. Preferisco non correre rischi». A parlare è la direttrice di una organizzazione non governativa locale, una delle poche a cui è concesso lavorare per i diritti umani. «Per i diritti delle donne», precisa.

Ha circa cinquant’anni e ci accoglie nel suo studio, in uno dei quartieri ricchi della città. Strade trafficate, vetrine illuminate a giorno e un continuo via vai di donne e uomini vestiti con eleganza, pronti agli acquisti. Basta percorrere pochi chilometri e vetrine, negozi e acquirenti cambiano aspetto. Orologi di marca, gioielli costosi e vestiti alla moda vengono sostituiti da oggetti religiosi e abiti più discreti.

Il cuore della città popolare è qui, dove convergono le strade della città, attratte da una forza magnetica. La esercita il santuario dell’ottavo imam sciita, Reza. Un complesso monumentale, sfavillante di minareti, piastrelle colorate, marmi, specchi e luci notturne, preso d’assalto dai pellegrini in ogni momento della giornata.

È il più importante santuario di questo Paese di 80 milioni di abitanti, e uno dei più frequentati di tutto l’Islam sciita. Ogni anno circa 18/20 milioni di pellegrini decidono di visitarlo. Molti arrivano dall’Iran. Tanti dall’estero, dall’Iraq al sud-est asiatico. A custodire un santuario così importante è proprio “lui”, l’uomo temuto dall’attivista: Ebrahim Raisi.

Già procuratore capo della Repubblica islamica, responsabile della Corte speciale che ha il compito di vigilare sull’operato dei religiosi, dal 2006 membro dell’Assemblea degli esperti (l’organo che elegge il leader supremo), Ebrahim Raisi è uno dei sei candidati ammessi dal Consiglio dei Guardiani alle elezioni presidenziali che si terranno il 19 maggio. Insieme al sindaco di Tehran Mohammed Bagher Qalibaf e all’ex ministro Mostafa Mirsalim rappresenta l’alternativa elettorale “principialista”, composta da tutti coloro che – pur con posizioni diverse – difendono e rimangono fedeli ai principi della rivoluzione del 1979.

Rispetto agli altri due principialisti, Raisi sembra avere più chance contro il candidato forte del blocco “riformista”, l’attuale presidente Hassan Rouhani, artefice dell’accordo sul nucleare e della svolta conciliatrice di Tehran con il resto del mondo, appoggiata dagli altri due candidati del blocco, il vice-presidente Eshaq Jahangiri (che sta tirando la volata a Rouhani, prima di ritirarsi) e l’ex ministro Mostafa Hashemi-Taba.

La forza di Ebrahim Raisi viene dall’ayatollah Ali Khamenei, il leader supremo in persona. È lui infatti che nel marzo 2016 lo ha nominato custode del santuario dell’imam Reza, per sostituire il defunto ayatollah Abbas Vaez-Tabasi, figura leggendaria e paradigmatica dell’intreccio perverso tra potere religioso ed economico. Quello di custode del santuario non è infatti un ruolo di semplice rappresentanza. Ebrahim Raisi gestisce le finanze di Astan Qods Razavi, la fondazione caritatevole che controlla, oltre al santuario, molte attività economiche, e uno dei poli principali del sistema economico-ombra della teocrazia iraniana.

Quantificare il patrimonio “custodito” dal candidato alla presidenza Raisi è difficile. Si parla di 15-20 miliardi di dollari. La fondazione ha interessi vari, controlla diverse aziende, dall’agricoltura all’energia, dalla farmaceutica all’edilizia. Qui a Mashad tutti ripetono che possieda metà degli edifici della città e molte delle terre della provincia del Razavi Khorasan.

Una ricchezza enorme. «Che però arricchisce pochi, non la popolazione, perché il denaro ricavato dal santuario e dalle attività della fondazione non viene redistribuito», sostiene l’attivista. Che accusa: «Raisi ha usato i soldi della fondazione per la sua campagna elettorale». Non è l’unica a sostenerlo. «Cibo, soldi, prestiti, incentivi economici, promesse. Così Raisi sta comprando il voto popolare a Mashad», ripetono diversi studenti dell’università. Difficile verificare.

Di certo, l’ex procuratore capo ha adottato una retorica populista, nei comizi come nei dibattiti televisivi con gli altri candidati, e non a caso viene sostenuto da molti membri dell’area che fa capo all’ex presidente Ahmadinejad, la cui candidatura non ha passato il vaglio delle autorità. Per Raisi, la formula ormai è rituale: attacca duramente Rouhani per l’economia che arranca e promette, se eletto, di creare 1,5 milioni di posti di lavoro all’anno e di triplicare il sussidio per i più poveri, una misura che investirebbe 30 milioni di persone. Sul fronte estero, denuncia l’arrendevolezza con cui il presidente ha siglato l’accordo sul nucleare, sostiene che gli Stati Uniti debbano avere paura dell’Iran, ma ha dovuto ammettere che l’accordo è legittimo e va mantenuto.

Dire diversamente significherebbe contraddire il suo padrino politico, l’ayatollah Khamenei, che a dispetto della retorica belligerante ha avallato l’intesa. Per Raisi – che nel 1988 come giudice è stato responsabile dell’uccisione di migliaia di studenti e attivisti e che nel 2009 al tempo dell’onda verde ha chiesto e ottenuto mano dura contro i manifestanti pacifici e i «capi della sedizione» –, Khamenei non è soltanto il principale sponsor politico, ma anche un modello.

Come lui, Raisi vorrebbe passare per la presidenza della Repubblica prima di puntare al posto più ambito, quello di leader supremo, una volta che Khamenei sarà morto. Si dice che l’idea non dispiaccia alla stessa Guida suprema, che ha scelto proprio la Mashad di Raisi per attaccare duramente Rouhani nel discorso del nuovo anno, né a molti esponenti del Corpo della guardie rivoluzionarie, così come a una parte del potente Corpo degli insegnanti dei seminari di Qom.

Per ora, però, l’obiettivo è più circoscritto: strappare la presidenza a Rouhani. Per l’attivista anonima, la vittoria di Raisi, rappresentante dello stato profondo iraniano e dell’ala conservatrice più rigorosa, sarebbe un disastro: «Se vincesse, non ci permetterebbe di lavorare. Noi dovremmo chiudere e molti giovani deciderebbero di emigrare. Sarebbe un terribile ritorno al passato».

[Foto in apertura di Helen King / Getty Images]

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