Seguici anche su

11 maggio 2017

Museum of Failure, il primo museo dedicato al fallimento

A Helsingborg dal 7 giugno apre il Museum of Failures, che raccoglie il meglio dei flop commerciali legati all'innovazione, dal Nokia N-Gage fino alle Bic per sole donne

Davide Campione

Un museo che celebra i più stupefacenti e inaspettati fallimenti legati al mondo dell’innovazione. Non si tratta dell’ennesima fake news apparsa in rete ma di un progetto reale, fortemente voluto dalla città di Helsingborg, nel sud della Svezia. Il Museum of Failure – questo il nome dell’insolita esposizione permanente, che sarà inaugurata il prossimo 7 giugno – raccoglie circa 70 “opere” di ogni genere, accomunate dall’essersi rivelate tutte dei clamorosi flop commerciali.

Colui che ha ideato questa monumentale serie di fallimenti è il dottor Samuel West, studioso svedese specializzato in psicologia organizzativa e innovazione, per il quale il Museum of Failure non è affatto un divertissement ma un utilissimo strumento didattico per dimostrare quanto le cadute siano fondamentali per arrivare a creare prodotti di successo.

Non a caso, il pay-off scelto per il progetto è «learning is the only way to turn failure into success» (“imparare è l’unico modo per trasformare il fallimento in successo”) e l’iniziativa ha ricevuto il pieno sostegno degli amministratori cittadini, anch’essi convinti che l’unico modo per «stimolare veramente l’innovazione in un’organizzazione o anche in una città sia accogliere errori e fallimenti come degli insegnamenti necessari».

La galleria di disastri commerciali presenti in mostra raccoglie una lunga serie di oggetti finiti nell’oblio più totale, ma che al momento del lancio, potere del marketing e dei media, sembravano spesso destinati a cambiare il mondo: dai Google Glass al Nokia N-Gage, dal Sony Betamax alla Kodak DC40 fino alla misconosciuta Coca-Cola BlāK e alle incomprensibili penne Bic per sole donne.

A colloquio con pagina99, il curatore del Museum of Failure spiega dettagliatamente come sia nata l’idea di un progetto così singolare. «Tutto è partito da una mia ricerca sull’innovazione e sulla cultura dell’organizzazione. L’idea di un museo reale, fisico, mi è venuta solo dopo aver visitato il Museum of Broken Relationships a Zagabria».

Qual è lo scopo del Museum of Failure? «L’obiettivo è mostrare quanto sia importante l’insuccesso per l’innovazione. Tutti dobbiamo accettare il fallimento, se vogliamo innovare. Ogni elemento della collezione deve essere un’innovazione che in qualche modo abbia fallito. Di solito ciò significa che il prodotto ha rappresentato un flop commerciale». In che modo ha raccolto questi oggetti? «Ho comprato molto online e nelle ultime settimane ho ricevuto numerose donazioni da tutto il mondo. Mi piacerebbe avere anche oggetti italiani di questo tipo, perché l’Italia è stata storicamente un Paese innovativo sia per la tecnologia che per il design. Posso chiedere ai lettori di pagina99 di darmi una mano?».

I fallimenti a cui Samuel West è più legato sono tre: «La Itera Plastic Bicycle, il Nokia N-Gage e la Kodak DC40. Ve li descrivo sintenticamente. La prima, del 1982, è stata un grande fallimento dell’innovazione svedese: sarebbe dovuta costare la metà delle biciclette normali ma il prezzo era doppio, doveva essere indistruttibile ma si rompeva spesso e in più era scomoda da trasportare. Il Nokia N-Gage era una grande idea ma aveva un design molto povero; per cambiare giochi era necessario smontare l’intero dispositivo e in più usarlo come telefono era molto scomodo. La DC40 è stata la prima fotocamera digitale della Kodak; l’azienda non fu in grado di adeguare al mercato il proprio modello di business e quando le persone hanno smesso di stampare foto, la società è andata in bancarotta».

Di giganteschi fiaschi nell’innovazione è costellata la storia dell’uomo moderno: come ricorda il Telegraph, uno tra i più rovinosi fu quello vissuto in prima persona da Franz Reichelt. Nel 1912 l’inventore austriaco realizzò la giacca-paracadute, certo che il bizzarro connubio avrebbe cambiato la storia dell’uomo. Sfortunatamente, l’unico effetto dell’invenzione fu su se stesso: per dimostrarne al mondo la validità, la indossò gettandosi dalla Torre Eiffel, morendo sul colpo.

In quanto a fallimenti, il Time inserisce nella lista delle innovazioni più inutili di sempre diversi prodotti informatici e per il web. Qualche esempio che ha fatto storia: Clippy, l’insulso assistente virtuale di Microsoft Office 97; Bob, il suo predecessore per Windows 95; ma anche un’applicazione come Foursquare, che sembrava destinata al successo planetario ma è finita ben presto nel dimenticatoio. I fondatori di questa app di geolocazzazione (oggi “divisa” in due app distinte: Foursquare e Swarm), tuttavia, non si saranno certo scoraggiati per questo insuccesso: per i guru dell’innovazione 2.0 il motto “fallire per innovare” è un mantra condiviso.

Il Ceo e fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, nel corso di un incontro con gli studenti dell’Università Luiss di Roma tenutosi lo scorso agosto, ha sottolineato come «nessuno inizi sapendo già tutto: la cosa migliore che si può fare è imparare il prima possibile e il più possibile, perché non verremo giudicati dai nostri fallimenti ma dai cambiamenti che portiamo nel mondo».

Ancora più esplicito è l’ex Ceo di Google Eric Schmidt, che nel 2013, commentando la scomparsa di alcuni progetti della società di Mountain View finiti male (come Google Reader e Google Wave), ha dichiarato soddisfatto: «Celebriamo i nostri fallimenti!». Una considerazione perfettamente in linea con i motivi che hanno ispirato il dottor West nella creazione del primo Museum of Failure del mondo: «L’innovazione richiede fallimenti e le aziende hanno bisogno di migliorare la loro capacità di imparare da essi. Inoltre», conclude West, «vedere che anche realtà di successo falliscono nel tentativo di innovare spinge gli individui a provare a fare qualcosa di nuovo; prendendosi, se necessario, anche dei rischi significativi».

[Nella foto in apertura, esemplare di maschera facciale elettrica Rejuvenique, presente nella collezione del Museum of Failure]

Altri articoli che potrebbero interessarti