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10 maggio 2017

Uguaglianza è lavorare meno

I Paesi che adottano orari più corti hanno una distribuzione della ricchezza meno polarizzata e riducono le disparità tra sessi e generazionali

Se il Novecento è stato il secolo della redistribuzione della ricchezza, questo sarà il secolo della grande redistribuzione del lavoro. Parola di Rutger Bregman, giornalista, autore di Utopia for Realists: The Case for a Universal Basic Income, Open Borders and a 15-hour Workweek, che in un articolo sul Guardian illustra i benefici della settimana corta in termini di qualità della vita – certo – ma anche di ridistribuzione delle ricchezze, riduzione delle disparità di sesso e generazionali, lotta all’inquinamento.

«C’è un problema che la riduzione degli orari di lavoro non può risolvere?» si chiede Bergman. E per lui la risposta è no. Senza contare che, dall’incidente di Chernobyl fino al disastro dello Space Shuttle Challenger, è proprio il troppo lavoro, l’errore umano dovuto a stanchezza, il responsabile principale del fallimento. Lavorare meno, quindi, per fare meno errori ed essere più produttivi.

Se da una parte può essere scontato ricordare come innumerevoli ricerche mostrino la correlazione tra una maggiore soddisfazione personale e un orario di lavoro più ridotto, meno intuitivo è registrare come proprio i Paesi dove il tempo libero aumenta hanno una distribuzione del lavoro più eguale tra uomini e donne, e di conseguenza disparità meno accentuate. La Svezia è l’esempio migliore, con gli uomini impegnati a sobbarcarsi parti del lavoro casalingo e dell’accudimento dei figli fin dalla loro nascita, grazie certamente a un sistema di permessi più flessibile che nel resto del mondo, ma grazie prima di tutto a orari di lavoro più ridotti.

Lavorare meno per lavorare tutti, inoltre da semplice slogan è, come si sa, una strada attivamente intrapresa da qualche anno in alcuni Paesi come la Francia, anche se l’efficacia della ricetta è molto dibattuta. Tuttavia, associazioni come l’Ilo hanno condotto studi verificando come la divisione di un lavoro a tempo pieno in due part time sia in effetti un efficace modo per ridurre la disoccupazione.

Ma ci sono ricadute positive anche sulla distribuzione del reddito perché proprio l’enorme guadagno che le fasce più alte di lavoratori possono raggiungere grazie a un’ora in ufficio di più sono uno dei disincentivi maggiori a cercare un riequilibrio nell’organizzazione della propria giornata. E, infine, lavorare meno vuol dire consumare più responsabilmente, riducendo così la nostra impronta ecologica. Ci arriveremo mai? Secondo Keynes, l’aumento della produttività avrebbe permesso nel 2030 orari di lavoro di 15 ore settimanali. Per arrivarci bisogna cambiare modo di pensare.

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