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6 maggio 2017

In Italia meno iscritti e più voglia di politica

Pd, Lega e Forza Italia faticano a frenare l’emorragia di adesioni in corso da anni. Eppure i cittadini sono sempre più attivi nella vita pubblica

Alberto Bellotto

► Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 5 maggio e in edizione digitale

Urne piene e sezioni vuote. Parafrasando l’amara riflessione di Pietro Nenni dopo la deludente elezione del ’48, si può affermare che la mutazione dei partiti italiani pare essersi compiuta. Al tempo del Fronte popolare, Pci e Psi erano in grado di mobilitare quasi 4 milioni di iscritti. Oggi il pronipote di quell’esperienza può contare a malapena su un bacino di circa 400 mila tesserati.

Qualcosa sembrava essere cambiato nel 2005 quando per la prima volta il centrosinistra usò le primarie. Ai gazebo andarono oltre 4 milioni di persone che scelsero Romano Prodi come candidato de L’Unione alle politiche dell’anno successivo. Da allora, sebbene le primarie restino una delle principali occasioni di mobilitazione politica in Italia, i numeri sono scesi, fino al voto di domenica 30 aprile. Renzi è stato confermato segretario con 1,2 milioni di voti su un totale di un milione e ottocento mila partecipanti. Non va meglio a tutti gli altri partiti. Il Movimento 5 stelle, che stando agli ultimi sondaggi viaggia ampiamente oltre il 30% dei consensi, ha a malapena 135.023 iscritti, certificati dalla Casaleggio & associati nei giorni della votazione sul “non-statuto” nell’ottobre 2016.

Numeri molto più incerti invece per gli altri due grandi attori della politica italiana: Forza Italia e Lega Nord. In questo caso la vera impresa è trovare dati recenti e certificati. Il partito di Berlusconi non ha diffuso cifre ufficiali. Nel 2015 il dirigente azzurro Gregorio Fontana confessava che il movimento poteva contare su poco più di 100 mila tessere. La segreteria federale della Lega Nord ha detto a pagina99 di non essere autorizzata a diffondere i dati. L’ultima rilevazione risale al 2013 e parlava di 122 mila camicie verdi.

Con il passare degli anni i partiti della seconda repubblica sono diventati sempre più rarefatti. «Questa è una tendenza che in varia misura contraddistingue diversi Paesi europei» spiega Marco Almagisti, docente di Scienza politica all’Università degli Studi di Padova. «Da decenni l’idea che la militanza politica passi dall’iscrizione a un partito è in declino». Secondo un sondaggio dell’istituto Demos condotto nel 2016, solo il 6% degli italiani ha fiducia nei partiti politici.

Ma questo dato da solo non basta a spiegare la desertificazione delle sezioni. «I partiti hanno curato meno l’aspetto dell’identità, c’è stata una forte ridiscussione delle ideologie, e hanno perso parte della loro capacità di mobilitazione» continua Almagisti. Gli inevitabili mutamenti della società hanno fatto il resto. «Vivere in una società pervasa da fenomeni di “mediatizzazione” ha fatto sì che le mobilitazioni, che una volta passavano solo o soprattutto dall’organizzazione partitica, oggi avvengano al di fuori di questo canale. Con i social media c’è una “auto-comunicazione di massa” che ha consentito lo scambio di notizie, opinioni, pareri, ma anche emozioni, in maniera reticolare».

Il crollo della militanza tradizionale non significa dunque una minore presenza dei cittadini nella vita politica italiana. «Oggi ci sono forme di partecipazione che esulano dall’esperienza partitica. In Italia alcuni milioni di persone sono considerate cittadini attivi: si mobilitano in mille occasioni che innervano la nostra società e la rendono meno arida, più sicura, più attiva».

Questi fenomeni, che sembrano non avere un collegamento diretto con la vita politica, sono in realtà la dimostrazione che lo spettro dell’attività democratica si è aperto a tutti i soggetti, rompendo il monopolio dei partiti. «I cittadini che si attivano fuori dai canali dei partiti hanno una funzione notevole», continua Almagisti. «Giovanni Moro (figlio dell’ex presidente della Dc) parla di “politicizzazione” delle politiche pubbliche che spesso rischiano di essere considerate solo dal punto di vista dei decisori e che i cittadini cercano di politicizzare per far pesare la propria opinione».

Il Movimento 5 stelle, che per ora domina i sondaggi, si è più volte definito post-partitico, proponendosi come unico soggetto in grado di portare il sistema politico verso la democrazia diretta. E tuttavia fino ad oggi l’M5s ha mantenuto le caratteristiche di una forza politica tradizionale, con un vertice che decide la linea, come nel caso della tentata iscrizione all’Alde, e in alcuni casi anche i candidati, come successo a Genova, sottoponendo solo in un secondo momento le decisioni alla ratifica della base.

«In democrazia nessuno è titolare assoluto della partecipazione e tutti possono organizzarne un pezzo», dice Almagisti, che sottolinea la centralità della forma partito nelle democrazie rappresentative occidentali: «Non esiste un modello democratico senza partiti. Non sono più quelli di massa. Ce ne sono altri con linee organizzative e culturali più confuse, però restano».

Se la democrazia rappresentativa ha bisogno dei partiti, è essenziale una loro riforma, sia nei meccanismi di accesso e di selezione sia nella forma organizzativa. «È necessario un ripensamento della forma partitica tradizionale», conclude lo studioso, «per tutelare una funzione basilare della democrazia che, almeno in Italia, non mi sembra sia stata molto curata».

[Foto in evidenza di Paolo Tre / A3 / Contrasto]

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