Seguici anche su

5 maggio 2017

Il (cattivo) racconto dell’innovazione

C’entra il giornalismo, c’entra la nostra diffidenza verso il cambiamento. C’entra, soprattutto, una certa nostra tendenza a non saper far le cose bene

Massimo Mantellini

La storia di Matteo Achilli e della sua startup Egomnia, al centro delle cronache giornalistiche delle ultime settimane, anche in relazione all’uscita al cinema di The Startup che da quella storia trae spunto, non rappresenta nulla di particolarmente strano nel racconto dell’innovazione digitale in Italia. Ne è anzi una delle modalità più usuali.

Per il linguaggio intanto, metaforico ed elementare (Achilli, il nuovo Zuckerberg italiano titolarono in molti nei mesi scorsi), poi per l’assoluta noncuranza di chi, avendo grandi responsabilità, non se ne assume nessuna, prima innalzando (senza controllare) a fenomeno mediatico una startup che quasi non c’è, per criticarne aspramente l’inconsistenza in seguito, con il rigore del grande giornalismo d’inchiesta.

Infine c’è l’aspetto forse più importante di cui ha sofferto il racconto dell’innovazione sui media italiani negli ultimi due decenni. L’abitudine (e il confort) del racconto per exempla. Che lo si voglia fare per narrare le gesta epiche del digitale (la scuola pugliese che utilizza i tablet per la didattica per merito di un preside visionario) o per affossarne le prospettive (singoli casi di pedopornografia, diffamazione o di grave cyberbullismo) il racconto per esempi soffre della sua inevitabile incapacità di riassumere scenari complessivi, gli unici per noi davvero interessanti.

Se attraverso di essi non saremo in grado di ricostruire il contesto generale, il racconto per esempi sarà una forma molto comoda di adulterazione della realtà, che è un po’ quello che è accaduto in questi anni nel momento in cui abbiamo cercato di figurarci come stava cambiando il mondo intorno a noi attraverso Internet.

La storia di Egomnia, startup da un miliardo di euro con un sito web mezzo vuoto di utenti, è perfettamente inserita in questo racconto. C’entra il giornalismo, c’entra la nostra diffidenza (o, in alcuni rari casi, idolatria) verso il cambiamento; c’entra, soprattutto, una certa qual nostra tendenza a non saper far le cose bene. Non solo le startup, non solo il giornalismo. Fare le cose bene è la prima innovazione di cui tutti abbiamo bisogno.

 

Altri articoli che potrebbero interessarti