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4 maggio 2017

Il centro radicale di Macron e Renzi

Analogie e differenze tra i due giovani leader. Un homo novus e un veterano della politica, entrambi decisi ad andare «oltre la destra e la sinistra»

Gabriella Colarusso

Emmanuel Macron e Matteo Renzi hanno diverse cose in comune. Entrambi si sono presentati agli elettori promettendo una riforma radicale del sistema politico ed economico. Entrambi attingono alle proposte sia della destra che della sinistra, con un programma che tenta di coniugare i diritti civili e sociali con le libertà economiche. Entrambi infine sono convintamente europeisti ma dicono di voler cambiare l’Europa in senso più democratico e solidale.

Tuttavia i dui leader sono profondamente diversi. Non solo per il loro background ­ – Macron viene dalle grandi scuole di formazione della classe dirigente francese, è stato banchiere, solo dal 2010 impegnato in politica; Renzi ha alle spalle un passato tutto politico – ma soprattutto per il modo in cui hanno scelto di rispondere alla crisi che ha investito i partiti tradizionali in tutta Europa e che vi raccontiamo nelle analisi di pagina 6 e 7 sul nuovo numero di pagina99, in edicola e in edizione digitale.

In Francia, per la prima volta in sessant’anni, al ballottaggio che eleggerà il prossimo presidente non parteciperanno né i socialisti né i repubblicani, cioè le due famiglie politiche che hanno governato il Paese dalla metà del Novecento ad oggi. Al loro posto, un movimento considerato fino a poco tempo fa estraneo all’arco costituzionale, il Front national, e una sorta di rete civica, En Marche!, che un anno fa non esisteva.

Macron, che pure è stato ministro dell’Economia del governo socialista di Hollande, ha intuito la necessità di proporre agli elettori qualcosa di nuovo e ha scelto di non partecipare alle primarie del Ps che hanno incoronato Hamon. Questo gli ha consentito di riempire il vuoto lasciato dai partiti storici con un’offerta che gli anglosassoni definirebbero Radical Center, di centro radicale, un approccio politico riformista e pragmatico, capace di affrontare le diseguaglianze economiche senza frenare la crescita e di tutelare i diritti civili e individuali.

«Né di destra né di sinistra» ama ripetere Macron, che propone, da un lato, un drastico ridimensionamento del settore pubblico francese, dall’altro maggiori investimenti sull’ambiente, la sanità, le infrastrutture. Da una parte strizza l’occhio al mondo della finanza e dell’impresa con proposte liberali, dall’altra promette di investire sul welfare e di difendere i valori di libertà, uguaglianza, apertura.

Le prossime elezioni legislative diranno se En Marche sarà in grado di conquistare anche un numero di seggi sufficiente a realizzare le ambizioni del suo leader senza soccombere agli altri partiti. Ma l’intuizione di Macron sembra per ora aver risposto meglio di altre alla trasformazione della geografia politica francese. Anche grazie a quello che è accaduto nel Regno Unito con la Brexit e negli Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump, ha capito che oggi gli elettori si dividono su una nuova linea di frattura, basata non più solo sulle questioni di classe e di reddito, ma sull’opposizione nazionalismo-globalizzazione, esclusione-inclusione.

The new political divide, sentenziò qualche mese fa l’Economist. Al populismo nazionalista di Marine Le Pen – Il Front National è l’unico che cresce per numero di iscritti – Macron oppone un radicalismo di centro, europeista, che per vincere ha bisogno di essere percepito come distante dai partiti tradizionali, sempre più polarizzati.

Anche Matteo Renzi, all’inizio della sua scalata politica, aveva accarezzato l’idea di un suo movimento che fosse in grado di intercettare elettori di destra e di sinistra («le elezioni si vincono a destra», ha detto più volte), e il patto del Nazareno in parte rispondeva a questa esigenza. Ha prevalso poi la scelta di non disperdere il capitale politico del Partito democratico, ma la “vocazione maggioritaria” del Pd – l’obiettivo di andare oltre il suo elettorato storico – si è infranta con il referendum del 4 dicembre.

Domenica 30 aprile Renzi ha vissuto la sua resurrezione politica con i quasi due milioni di elettori delle primarie, un buon risultato in un clima di sfiducia verso i partiti. Eppure lo stesso aveva fatto il candidato socialista in Francia, Benoit Hamon, che poi però al primo turno ha preso quasi gli stessi voti delle primarie, poco più di due milioni. Il segretario del Pd ha detto che il suo avversario è il Movimento 5 stelle, una formazione che raccoglie consensi in entrambe le aree, destra e sinistra, proponendosi come alternativa al sistema con un programma che mescola istanze nazionaliste e protezioniste, di chiusura delle frontiere e di recupero dell’identità, e visioni tecnoutopiste e ambientaliste.

I grillini non riconoscono legittimità alle altre forze politiche, vietano ogni forma di alleanza, e puntano a rappresentare la totalità del popolo. La sfida per Renzi sarà costruire l’alternativa a questo radicalismo populista. Se potrà farlo con il Pd, dopo la sconfitta referendaria e la scissione, è ancora tutto da dimostrare.

[Foto di Eric Feferberg / Afp / Getty Images]

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