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4 maggio 2017

Chi guida la rivolta contro Macron il flessibile

Il fondatore di En Marche! prevede una profonda riforma del mercato del lavoro. Ma per realizzarlo dovrà scontrarsi contro la sinistra radicale e il Front National

Leonardo Martinelli

► Dal nuovo numero di pagina99, in edicola dal 28 aprile e in edizione digitale

Parigi. Pragmatico e liberale, spirito moderno e internazionale. Sulla carta Emmanuel Macron è tutto questo. E la Francia, da sempre gelosa della sua specificità (e restia ai cambiamenti), un Presidente così non l’ha mai avuto. E neanche un progetto economico simile, con la promessa di riforme mai fatte, per essere finalmente come gli altri, Germania in prima linea.

Ora che la vittoria contro Marine Le Pen è data più o meno per scontata (anche se niente è impossibile, metti qualche scandalo di passaggio), a Parigi cominciano a guardare oltre quel fatidico 7 maggio, il giorno del ballottaggio: ecco, glielo lasceranno realizzare? Prima di tutto il Parlamento, che sarà rinnovato dalle legislative di metà giugno e dove En Marche!, il movimento di Macron, difficilmente (è quasi impossibile) avrà la maggioranza. Non solo: siamo nel Paese bloccato per mesi nel 2015 per una riforma del mercato del lavoro, la legge El Khomri, a bassa intensità di flessibilità. Macron parla, promette. Forse sogna ?

 

Un progetto globalista

Cominciamo dal progetto economico generale: lui teorizza prudenza sul budget pubblico, liberalismo e rafforzamento dell’integrazione europea. Che sono gli esatti opposti di lievitazione della spesa pubblica, protezionismo e uscita dall’euro, gli assiomi del programma della Le Pen. I due candidati hanno due filosofie diverse sulla mondializzazione: una chance per lui, una minaccia al sistema sociale per lei. «I grandi successi economici del nostro Paese», dice Macron, «si realizzano al traino della crescita mondiale».

«La mondializzazione selvaggia mette in pericolo la nostra civiltà», dice la Le Pen. Per lei esistono una serie di corollari da realizzare per ingabbiare il Paese, dalla tassa del 3% su tutto l’import (le entrate servirebbero per ritoccare verso l’alto sussidi di disoccupazione e bassi salari) e un’imposta del 35% sulle merci reintrodotte in Francia da aziende che hanno delocalizzato.

Ma è il mercato del lavoro quello dove mettere mano, in un Paese dove la disoccupazione sfiora il 10% e il costo della manodopera penalizza la competitività, soprattutto dell’industria (ha distrutto 2,4 milioni di posti fra il 1975 e il 2015, tra le peggiori performance d’Europa). E con una bilancia commerciale perennemente in deficit rispetto al surplus tedesco, ma anche a quello italiano.

L’anno scorso il governo di Manuel Valls, sotto la spinta di François Hollande, promosse la legge El Khomri, che doveva introdurre una buona dose di flessibilità, in particolare rendere più facile il licenziamento economico. La Cgt, equivalente della Cgil italiana, scatenò la battaglia con blocchi e scontri per le strade. In uno dei Paesi ormai meno sindacalizzati d’Europa (di sicuro dell’Italia, in quanto a iscritti alle forze sindacali), la Cgt e poche altre organizzazioni riuscirono a svuotare il provvedimento di alcune sue misure emblematiche (come fissare limiti massimi agli indennizzi ottenuti dai dipendenti, nel caso di vittoria nelle cause per licenziamento illegale presso i tribunali del lavoro). Vista l’opposizione della maggior parte dei deputati (i “frondisti” socialisti si opponevano), la legge, ormai leggina, venne approvata per decreto con un procedimento d’urgenza.

 

Parola chiave: flessibilità

Mentre la Le Pen intende abolire la El Khomri, Macron vuole andare addirittura oltre: reintrodurre quella norma sul tetto agli indennizzi. Ma non solo : rendere ancora più facile i licenziamenti economici. E compensare questi regalini agli imprenditori sviluppando un modello scandinavo di flexsecurity, una parola che ormai da alcuni anni riempie la bocca dei leader progressisti, Matteo Renzi in testa. Tra le forme di compensazione della precarietà, Macron prevede di generalizzare i sussidi di disoccupazione, estendendoli anche ai liberi professionisti e ai piccoli imprenditori. E poi, sempre per bilanciare la più ampia libertà a licenziare, il leader di En Marche! prevede multe per le aziende che abuseranno dei contratti a termine.

Il libro dei sogni continua. Contiene tutte le riforme che la Francia non ha mai visto o sono durate pochi anni. Un esempio è la regola che Nicolas Sarkozy aveva introdotto (poi tolta dalla gauche arrivata al potere nel 2012) : imporre a chi riceve il sussidio di disoccupazione di dover accettare un’offerta di lavoro dopo due rifiuti consecutivi. In Francia l’abuso di quei contributi è uno dei grossi problemi.

Sull’annosa questione del regime lavorativo di 35 ore settimanali, Macron vuole introdurre anche qui più flessibilità: sarà possibile rinegoziare la regola anche a livello aziendale. Non ambisce a rimettere mano all’età pensionabile (attualmente 62 anni), ma pure qui la soluzione sarebbe introdurre un sistema a punti generalizzato, eliminando i numerosi “regimi speciali” previsti ora nel Paese. Marine Le Pen, invece, vuole abbassare l’età pensionabile a sessant’anni (se raggiunti i quarant’anni di contributi), esattamente quanto prevedeva Jean-Luc Mélenchon, il leader dell’estrema sinistra, nel suo progetto.

Chiudiamo gli occhi e ritorniamo un anno indietro. I socialisti al potere, che potevano contare su una stragrande maggioranza in Parlamento (ma si ritrovarono il problema dei “frondisti”), non riuscirono a far passare lì una legge come la El Khomri, tutto sommato poco ambiziosa e svuotata di tante misure. E, invece, Macron sogna di realizzare il suo libro dei sogni, con un Parlamento che gli sarà probabilmente ostile?

 

Appuntamento a giugno

Non è chiaro quello che succederà alle legislative. Ma è probabile che i due partiti storici, quello socialista e i repubblicani (la destra neogollista), che hanno subito cocenti sconfitte con i loro candidati al primo turno (rispettivamente Benoit Hamon e François Fillon), riescano a riorganizzarsi. Soprattutto i repubblicani potrebbero vincere in diversi collegi. Macron, partendo dai parlamentari di En Marche!, sarà costretto a trovare larghe intese, forse addirittura intercambiabili, secondo il provvedimento da approvare. Un rompicapo.

E poi ci sono i sindacati. Pochi giorni fa la moderata Cfdt ha superato nel settore privato la Cgt, per numero di iscritti. E questo potrebbe essere un vantaggio per le riforme di Macron: la Cfdt gli ha appena dato l’appoggio anche per il ballotaggio contro Le Pen. Il problema sarà Mélenchon: quel 19,6% al primo turno è un risultato storico per lui. La France insoumise (La Francia indomita), il movimento che ha creato, non si spegnerà con queste presidenziali. La sera del 23 aprile Mélenchon non ha dato indicazioni di voto per il ballottaggio. Se sarà eletto, non risparmierà il nuovo presidente. Soprattutto per il libro dei sogni sul mercato del lavoro. Auguri monsieur Macron.

[Foto in apertura di Jeff Pachoud / Afp / Getty Images]

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