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3 maggio 2017

I mercati preferiscono gli autocrati (all’incertezza)

I rendimenti dei bond dei Paesi guidati da leader autoritari hanno battuto del 5% quelli delle democrazie. Perché agli investitori non importano i diritti umani

L'Alieno Gentile

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Un secolo fa, erano i primi mesi del 1916, il generale Erich von Falkenhayn, capo di stato maggiore tedesco, si trovava nel mezzo di decisioni strategiche. La Germania era stretta tra due fronti: ad est la Russia e ad ovest la Francia. L’alleato Impero di Austria-Ungheria si occupava intanto di affrontare l’Italia e la Serbia. Era necessario decidere in che modo distribuire le forze: la guerra andava conclusa vittoriosamente entro l’anno, viceversa gli Imperi Centrali, chiusi nella morsa dei due fronti, avrebbero finito per capitolare.

Il vero nemico, quello che rappresentava la minaccia principale, era l’Inghilterra, ma Falkenhayn fece un ragionamento pragmatico e decise di concentrare gli sforzi in un attacco alla Francia che, con i suoi politici eletti democraticamente, aveva una «macchina decisionale» più lenta e fragile rispetto alla Russia zarista o alla monarchia inglese.
Questa decisione portò alla battaglia di Verdun, lo scontro con la maggior densità di morti per metro quadro della storia dell’umanità.

Oggi Falkenhayn farebbe probabilmente il trader sui mercati obbligazionari a colpi di spread, anziché di artiglieria. Un’economia democratica, che sottopone i suoi governanti alla minaccia continua di una bocciatura elettorale, paga sul mercato il prezzo della minor probabilità di veder approvate e applicate misure correttive. Lo spunto nasce dagli eventi recenti, con lo stato democratico di El Salvador che ha dovuto annunciare il proprio default dopo un’irrisolta disputa politica fra il suo presidente e l’opposizione, mentre l’autocratico governo venezuelano continua ad onorare le sue obbligazioni anche se da mesi non ha più nemmeno le risorse per le importazioni alimentari.

I regimi autocratici, tendenzialmente, non dichiarano default perché possono nascondere in altri modi le difficoltà economiche del paese, incolpando il «nemico straniero» con il supporto della propaganda interna, che fiorisce in un contesto di scarsa libertà di stampa. Succede così che investire nei paesi sorretti da regimi autoritari, dove i diritti umani sono calpestati ogni giorno e la libertà di informazione è un atto sovversivo, risulti spesso particolarmente profittevole.

Per converso i paesi dove la democrazia è più strutturata sono anche quelli dove la speculazione finanziaria ha maggior spazio operativo: lo abbiamo imparato bene ai tempi dello spread sui titoli di Stato europei, quando le lungaggini della politica e dell’impalcatura europea rendevano esposti i titoli dei paesi più fragili ad una operatività al ribasso che ha rischiato di essere auto-avverante. Non è quindi un caso se per fermare quella fase, in Italia, venne insediato un governo «tecnico»: liberato dalla ricerca del democratico consenso, il governo ha maggiori possibilità di attuare le riforme necessarie.

Ma quando apparve chiaro che, per quanto tecnico, quel governo doveva sottostare all’esigenza di voto del Parlamento la mossa decisiva arrivò da Francoforte, dall’istituzione che non prevede alcuna base democratica: la Banca Centrale Europea. Il presidente della Bce, Mario Draghi, disse «difenderemo l’euro a qualunque costo e, credetemi, sarà sufficiente». Questa fu la dichiarazione che mise la parola fine alla corsa degli spread, una fine che non poteva venire dalla democrazia, ma solo dall’editto di un (con licenza poetica parlando) autocrate.

I maggiori rendimenti offerti dai titoli dei paesi con regimi autoritari derivano anche dai diversi rating: generalmente i paesi democratici godono di rating più alti, e dunque offrono rendimenti inferiori. Inoltre la moneta dei paesi retti da un autocrate spesso si svaluta periodicamente, facendo salire il tasso cedolare che il mercato richiede. Secondo calcoli effettuati da Bloomberg, nel 2016 i titoli di stato dei paesi emergenti guidati da un autocrate hanno reso mediamente il 15 per cento, mentre i titoli delle democrazie delle economie sviluppate hanno fatto registrare profitti dell’8,6. Anche restando all’interno del gruppo dei paesi emergenti, i rendimenti dei titoli di stati guidati da un autocrate hanno battuto del 5 per cento quelli dei paesi emergenti democratici, negli ultimi due anni.

È anche vero che questa aritmetica cambia quando i regimi autoritari collassano: quasi sempre alla caduta di un regime autocratico segue un default, il che spesso crea i presupposti ideali per l’ascesa di un nuovo autocrate. I mercati finanziari vengono spesso definiti democratici perché quando funzionano rendono il loro oggetto accessibile a tutti, tuttavia sembra quasi che i mercati fatichino ad accettare altre forme di democrazia.

In realtà ai mercati non piace l’incertezza, ed un parlamento diviso in partiti frazionati in correnti non è che una moltiplicazione di variabili ed incertezze. Specie se raffrontato ad un regime autoritario dove un «uomo forte» decide insindacabilmente tutto. Ma, come abbiamo visto questa settimana, i titoli francesi hanno avuto la miglior settimana da molti mesi a questa parte dopo che il primo turno e le proiezioni per il secondo delle elezioni presidenziali francesi hanno disegnato uno scenario netto, con il democratico ed europeista Emmanuel Macron in netto vantaggio sulla sovranista Marine Le Pen.

[Foto in apertura di Laif / Contrasto]

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